IL FANTASCIENTIFICO POE

di Pietro Guarriello







"Scienza, tu vera figlia del passato
Che con l’acuto sguardo tutto muti!"
(E.A.Poe, Alla Scienza)
 
 

La fama più grande Edgar Allan Poe la deve certamente ai suoi racconti del mistero e del grottesco, in cui è l’orrore psicologico ad essere al centro della storia. Attraverso la sua tormentata esperienza personale, egli capì infatti che i terrori più profondi si annidano all’interno della coscienza dell’individuo.

Ma Poe, grazie alla sua mente logica e geniale, fu anche uno dei principali artefici di storie fantascientifiche della prima metà del XIX° secolo, e può essere considerato un vero precursore di questo genere letterario. Quantunque nel suo caso si debba parlare più specificatamente di fantascienza ante-litteram, cioè agli antipodi, in cui la verosimiglianza scientifica non dev’essere categorizzata nel senso convenzionale, e spesso passa in secondo piano rispetto all’eleganza stilistica del racconto e al suo elemento psicologico.

Le storie di fantascienza di Poe, secondo una distinzione operata da Sam Moskowitz, si possono dividere in due categorie. Da una parte ci sono le storie di science fiction di tipo "artistico", in cui l’atmosfera o l’effetto hanno il compito più importante all’interno della struttura narrativa (qui la razionalità scientifica serve solo a rafforzare gli aspetti estetici: si vedano per esempio "Una Storia delle Ragged Mountains" o "Una Discesa nel Maelstrom"). Dall’altra troviamo i racconti in cui è fondamentale l’idea, e in cui maggiore attenzione viene posta sull’aspetto "scientifico" (come "Mellonta Tauta" o "L’Impareggiabile Avventura d’un certo Hans Pfall").

Il primo racconto di fantascienza scritto da Poe è "Manoscritto trovato in una Bottiglia", pubblicato nel 1833 sulle pagine del Baltimore Saturday Visitor dopo aver vinto un concorso letterario. Da allora, i racconti di fantasie scientifiche divennero per lui una costante e fecero regolarmente parte della sua produzione letteraria. La storia è il diario di uno strano viaggio compiuto a bordo di un vascello spettrale composto da un equipaggio di uomini straordinariamente vecchi, che navigando in mari sconosciuti si conclude tragicamente, giungendo in un luogo dove "mostruosi baluardi di ghiaccio torreggiano contro il cielo desolato e appaiono essere i bastioni dell’universo".

A breve distanza seguì (pubblicato nel 1841 ma esistente in forma manoscritta fin dal 1833) "Una Discesa nel Maelstrom", che narra di una nave che incappa in un’improvvisa tempesta e affonda lentamente in un vortice d’acqua che si getta verso il centro del pianeta. Benchè l’atmosfera della vicenda, come per la storia precedente, debba molto al mito dell’Olandese Volante e al poema di Coleridge "La Ballata del Vecchio Marinaio", il finale fu senza dubbio ispirato dalla bizzarra teoria della "Terra Cava" propugnata da John Cleves Symmes, un ex-capitano di fanteria dell’Ohio che viaggiò molto per i quattro angoli del globo; questa teoria, che sosteneva l’esistenza ai Poli di aperture capaci di condurre all’interno della Terra, restò in voga fino all’inizio del secolo e oltre a Poe ispirò diversi altri autori di fantascienza e del fantastico, tra i quali Jules Verne, Edgar Rice Burroughs e H. P. Lovecraft. Una citazione fatta da Poe in "Hans Pfall" del Polo Nord terrestre come apparentemente concavo, rafforza l’ipotesi che egli fosse al corrente dell’ipotesi di Symmes, che probabilmente conobbe anche attraverso il romanzo "Symzonia" scritto nel 1820 dal capitano Adam Seaborn.

"L’Impareggiabile Avventura d’un certo Hans Pfall", del 1835, è forse la più fantasiosa tra le storie fantascientifiche scritte da Poe. Essa segna la nascita del genere nella letteratura di lingua anglosassone, e dimostra la versatilità di Poe di sapersi appropriare di concetti scientifici o pseudoscientifici in auge nel periodo. Come asserisce il critico James Gunn nel suo saggio The Road to Science Fiction, "diversi racconti scritti da Poe gli furono ispirati dall’ammirazione per le nuove conquiste che la scienza stava ottenendo nella sua epoca e, a differenza di scrittori come Hawthorne, Poe era in grado di apprezzare gli scienziati e i loro successi senza farsi fuorviare dai pregiudizi."

"Hans Pfall-A Tale" descrive, con una incredibile mole di dettaglia scientifici e tecnici, il primo volo umano sulla luna, che nel racconto si popola di città abitate da "minuscoli seleniti". È una delle prime storie in cui si parla di antimateria come mezzo per la navigazione spaziale, anche se il protagonista di Poe usa per per il suo volo un pallone aerostatico. Questo racconto, pur essendo una novella lasciata per certi versi incompiuta (si conclude infatti dove ci si aspetterebbe un maggiore sviluppo narrativo) ebbe un’importanza enorme nella storia della fantascienza, e la sua influenza sulle opere successive, specialmente quelle scritte negli anni Trenta e Quaranta, è palese. Tradotto anche in francese da Charles Baudelaire, ispirò pure "Dalla Terra alla Luna" di Verne.

L’unico romanzo scritto da Poe, "Le Avventure di Arthur Gordon Pym di Nantucket" (uscito a puntate nel 1837 sul The Southern Literary Messenger), può anch’esso rientrare nel genere di cui si tratta. Partito come una storia avventurosa, si trasforma infatti in fantascienza quando su alcune isole vicino al Polo Nord viene scoperta una razza perduta. Il succedersi degli eventi ricorda da vicino quello di "Symzonia" di Seaborn, e man mano che procede il racconto diventa sempre più fantastico, con la scoperta di ignote creature acquatiche e di un’acqua "venata" stranamente viva. La storia, tuttavia, si conclude bruscamente con l’avvistamento di una gigantesca figura umana "di proporzioni ben più vaste di qualunque abitante della Terra". Il mistero di questa figura ha stregato più di una generazione di lettori, ed alcuni scrittori hanno persino provato a dare un ipotetico seguito al romanzo; si ricordano "La Sfinge dei Ghiacci" di Verne e "Alle Montagne della Follia" di H. P. Lovecraft, anche se quest’ultimo non può essere considerato esattamente un epigono.

Molti sono i temi della moderna fantascienza che hanno avuto in Edgar Allan Poe un ispirato precursore. "Il Dialogo di Eiros e Charmion", ad esempio, apparso per la prima volta sul Burton’s Gentleman’s Magazine nel 1839, è un tipo di storia con cui Poe ha categorizzato un genere: quello della "fine del mondo". Vi si narra di una cometa che, nell’attraversare l’atmosfera terrestre, ne altera con i gas in essa contenuti la composizione chimica facendo perire ogni forma di vita. La struttura narrativa di questo racconto è abbastanza curiosa, in quanto nella prima parte è narrato come una specie di dialogo che intercorre tra due spiriti, mentre nella seconda diventa un monologo che costituisce il nucleo vero e proprio della vicenda. È quest’ultima parte che fa rientrare il racconto nella fantascienza più pura, tratteggiando un’apocalittica catastrofe planetaria in modo per quell’epoca davvero originale. Più tardi, nel 1906, H. G. Wells ipotizzò una simile sciagura per la specie umana nel suo romanzo "I Giorni della Cometa".

In quello stesso anno Poe da alle stampe anche "L’Uomo Finito" (uscì infatti nell’agosto 1839 nel Burton’s Gentlemen’s Magazine), dove presenta un essere parte uomo e parte macchina che di fatto anticipa la nascita del fantascientifico "cyborg".

Nell’aprile del 1844 apparve invece su Godey’s Lady’s Book "Una Storia delle Ragged Mountains", stranamente uno dei racconti meno ristampati di Poe pur trattandosi di una delle sue cose migliori. La novella potrebbe inserirsi nel solco della fantascienza "ucronica", con il protagonista che, per mezzo di una droga, si ritrova improvvisamente catapultato nel passato e viene coinvolto nella battaglia tra gli Inglesi e le popolazioni dell’India. Il critico Riccardo Valla notava che questo racconto ha dei paralleli con alcuni romanzi scritti da Philip K. Dick dopo il 1960, tra cui "Martian Time-Slip", "The Three Stigmata of Palmer Eldritch" e "Now Wait for Last Year".

Il periodo 1844-45 corrisponde al momento di più forte interesse da parte di Poe per alcune scienze di dubbia natura, come il mesmerismo e la frenologia, che molti scienziati consideravano forme di ciarlataneria. Lo scrittore se ne servì come fonte per alcune storie, tra le quali "La Verità sul caso di Mr. Valdemar" e "Rivelazione Mesmerica", in cui sviluppò il concetto di una "mente universale".

Ma per quanto attratto dal mesmerismo e da altri studi di natura occulta, Poe non trascurò le più convenzionali scienze fisiche. A riprova scrisse infatti "La Milleduesima Notte di Schehrazade", una novella assai singolare intesa dall’autore come una specie di "appendice" alle storie orientali narrate nelle "Mille e Una Notte". Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel febbraio del 1845, vi si immagina un viaggio fatto da Simbad nel… futuro, cioè nel mondo del 1850. Qui Simbad s’imbatte in giganteschi vascelli a vapore, in treni sferraglianti su rotaie, in robot che giocano a scacchi, batterie galvaniche, elettricità, fotografia, macchine da stampa, telegrafi e altri "miracoli" dell’epoca moderna che a lui appaiono come opera della stregoneria, creata da chissà quali demoni. Attraverso un ingegnoso gioco di capovolgimenti ironici, Poe arriva a far comprendere l’importanza e la forza delle invenzioni scientifiche del suo secolo, lasciando intendere che anche un uomo del 1850 giudicherebbe nello stesso modo le meraviglie dell’anno 3000 se gli fosse concessa l’opportunità di vederle. Da questo spunto, Herbert George Wells trarrà l’idea per il suo romanzo "Il Risveglio del Dormiente".

Poe continuò a sviluppare le sue "cronache del futuro" nel racconto "Mellonta Tauta", in cui descrive il domani meccanicizzato e tecnologico che ci attende e in cui profetizza anche il tema della sovrappopolazione. Pubblicato l’anno stesso della sua morte, il 1849, è uno dei primi racconti fantascientifici che si aprono direttamente nel futuro. Lo scrittore immagina che nel 2048 l’umanità abbia compiuto un grosso salto evolutivo; i cieli terrestri sono solcati in continuazione da centinaia di gigantesche mongolfiere elettriche, mentre sulla terra tutta una sorta di invenzioni "avveniristiche" rende più facile la vita all’uomo. Tuttavia, l’intento di Poe nello scrivere questo racconto è principalmente satirico; in esso ci mostra come l’umanità di questo futuro abbia totalmente frainteso gran parte degli usi e dei costumi del nostro passato, e di conseguenza, ricollegandosi al genere dell’utopia settecentesca, Poe parodizza sulla civiltà stessa del suo tempo.

"Mellonta Tauta" (il cui titolo è in greco classico e significa "Queste sono cose che stanno nel futuro") può essere considerato un po’ il prototipo e il precursore di alcune opere della fantascienza sociologica degli Anni ’50 e ’60, scritte da autori come William Tenn, Fredrick Pohl o Robert Sheckley (si pensi al suo romanzo "I Testimoni di Joenes", che satirizza sul nostro presente distorcendolo nell’identico modo ideato da Poe). Qualcuno ha anche detto che Poe scrisse il racconto per attirare interesse su una teoria da lui esposta in "Eureka", una specie di trattato filosofico-scientifico elaborato per una conferenza che lo scrittore tenne a New York nel 1848, dove compendiò molte delle teorie atronomiche dell’epoca inserendovi anche le ipotesi dei sistemi nebulari di Laplace e le idee di Newton e Leibniz, in parte derivategli dal libro di John Nichol Views of the Architecture of the Heavens (1837). Questo saggio denota, altresì, l’interesse di Poe per le teorie scientifiche più ardite e per le speculazioni che esse potevano suscitare, un metodo che peraltro fu usato più tardi dagli scrittori di fantascienza della cosiddetta "scuola di Gernsback". Come ha affermato Pietro Meneghelli curando una recente traduzione italiana di "Eureka", Poe nel suo saggio "attua una sintesi sorprendente tra l’analitico e l’immaginario, tanto che ambedue si alimentano l’uno dall’altro".

Una delle teorie meno ortodosse che Poe espresse nel suo trattato, è il concetto che tutta la materia scaturisce dal nulla nel corso di un processo di "creazione continua". Egli credeva anche che la materia fosse attratta da altra materia, e che quindi la gravitazione indicasse una tendenza di tutte le cose a ritornare alla loro unità originale: l’universo, in pratica, scaturisce dal nulla e al nulla ritorna, per poi riformarsi di nuovo in un ciclo infinito. Queste idee attecchirono specialmente tra gli scrittori di fantasie speculative, ed ebbero uno sviluppo conscio nell’opera di fantasisti "cosmici" come Olaf Stapledon, William Hope Hodgson e, più tardi, Arthur Clarke.

L’ultimo racconto di fantascienza di Poe a vedere la stampa fu "Von Kemplen e la sua Scoperta", anch’esso una storia abbastanza atipica in quanto basata sull’invenzione di un metodo che consente la trasformazione del piombo in oro. Apparve il 14 aprile 1849 su The Flag of Our Union. Poe sarebbe morto qualche mese dopo per consunzione dovuta all’abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti.

A ben vedere, elementi fantascientifici sono comunque presenti non solo nei suoi racconti in prosa, ma persino nella sua produzione poetica. Tre poesie in particolare meritano di essere considerate a questo riguardo. La prima, "Al Aaraaf" (1829), con il suo scenario astronomico e l’accenno all’apparente distruzione della terra, potrebbe ricollegarsi alla prosa post-apocalittica del "Discorso di Eiros e Charmion". In "La Città in fondo al Mare" (1831), Poe anticipa invece molte storie successive sul tema della civiltà perduta sottomarina, e anche Lovecraft tenne presente i suoi versi per plasmare la famosa storia "Il Richiamo di Cthulhu". Infine, in "Ulalume" (1847) si fa ampio uso di immagini astrali e vi si trovano incorporate alcune delle teorie pseudoscientifiche di cui Poe era seguace.

Come si è visto, nella sua carriera di scrittore "fantascientifico" Edgar Allan Poe spaziò su svariati argomenti che diventarono poi canonici all’interno del genere: dal volo spaziale di "Hans Pfall", al paradosso temporale di "La Milleduesima Notte di Schehrazade", dalla storia di esplorazione fantastica di "Le Avventure di Gordon Pym", fino alla fine del mondo di "Eiros e Charmion", ecc. La portata complessiva della sua influenza sulla science fiction è stata quindi incalcolabile, ed a buona ragione non gli può essere negato l’appellativo di precursore e "padre fondatore" del racconto di meraviglia scientifica. Il suo più grande contributo al progresso del genere, come hanno rilevato diversi critici, non sta tanto nelle teorie razionalistiche implicite nelle sue storie, ma nel precetto che ogni allontanamento dalla norma dev’essere spiegato con logica scientifica. Poe, afferma Riccardo Valla compendiando considerazioni già espresse da Carlo Pagetti e Cori Panshin, "ha scritto opere di fantascienza perché si distaccavano dalla nostra realtà per raggiungerne un’altra in cui i valori sono diversi, e perché il passaggio viene giustificato attribuendolo a un futuro progresso delle scienze."

Se ne accorse per primo Hugo Gernsback, quando nel 1926, scrivendo l’editoriale del primo numero di Amazing Stories, la rivista di fantascienza più famosa di tutti i tempi, trasmise il concetto ai posteri con la seguente frase: "Edgar Allan Poe può essere realmente considerato il padre della science fiction perchè per primo ha introdotto nei suoi racconti, nell’intreccio o come sfondo, realtà scientifiche".

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:

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