Edgar Allan Poe
         

Calcolo e analisi

In numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o più paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un'intuizione, una massima, una riflessione filosofica. Queste "istruzioni" sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l'applicazione delle sue doti investigative a un caso d'omicidio.

La voce narrante inizia col distinguere il calcolo dall'analisi, categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l'attenzione e dall'altro l'acume. L'elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna sì le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d'analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell'avversario. Ma una prova ancor più forte per le facoltà analitiche è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere "cosa osservare". Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d'un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l'analitico s'avvale.
Terminata la trattazione teorica, Poe entra nel vivo della narrazione introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un "oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre". Rampollo decaduto di un'illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d'avere "un piccolo resto di patrimonio", e il cui unico lusso risiede nei libri. Tra lui e il narratore nasce un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d'imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell'oscurità più completa, uscendo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante. Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.

I delitti della Rue Morgue

Tutto comincia con una strage. Alle tre di notte, gli abitanti di Rue Morgue vengono svegliati "da una serie di grida spaventevoli", provenienti da un appartamento al quarto piano d'un vecchio stabile, abitato dall'anziana madame L'Espanaye e da sua figlia Camille. Per entrare, i primi soccorritori devono sfondare la porta d'ingresso, solidamente chiusa dall'interno. Lo spettacolo che si trovano di fronte è terrificante: "La stanza è nel più grande disordine; i mobili spezzati e sparsi in tutte le direzioni. I materassi del letto sono stati tolti e gettati nel mezzo dell'impiantito. Su una sedia giace un rasoio intinto di sangue. Sul camino, due o tre lunghe trecce di capelli grigi che sembrano essere state strappate violentemente dalle radici. Nessuna traccia di madame L'Espanaye: si osserva però una quantità insolita di fuliggine sul focolare; allora si cerca nel camino e (orribile a dirsi!) ne viene estratto il cadavere della figlia, che è stato spinto, con la testa in giù, a viva forza, fino a un bel tratto della stretta apertura!".

Dopo una minuziosa investigazione della casa, in un cortiletto situato sul retro i vicini trovano il cadavere della vecchia signora, con la gola profondamente tagliata, al punto che, quando si prova a sollevarlo, il capo si stacca completamente dal busto. Sia il corpo sia la testa "appaiono spaventosamente mutilati ed è tanto se conservano un aspetto umano", come scrivono l'indomani i giornali parigini.
La polizia brancola nel buio: l'appartamento è stato trovato ermeticamente chiuso, e nessuno sembra poterne essere uscito dopo il delitto. Le porte erano sbarrate, le finestre anche; e dalle scale si sono sentite le urla degli assassini, proferite in un linguaggio su cui nessuno dei testimoni riesce a mettersi d'accordo: secondo alcuni è italiano, secondo altri inglese, o francese, o spagnolo, o russo. La polizia "denuda addirittura i pavimenti, soffitti e pareti", per scoprire un'eventuale uscita segreta, ma senza risultato.
Non resta che fare appello alle facoltà di Dupin. Munito dell'autorizzazione del prefetto di Parigi, il cavaliere e il suo amico si recano nella casa del delitto. Sebbene si sia frugato dappertutto, il detective non si fida degli occhi della polizia e vuole cercare coi propri. In effetti, non esistono uscite segrete, così come non è possibile passare attraverso il camino, troppo stretto. Dalla prima stanza dell'appartamento, poi, l'assassino o gli assassini non possono essere usciti, perché sarebbero stati visti dalla folla che guardava in alto o dai soccorritori che salivano per le scale.
"Devono essere passati dalle finestre della stanza sul retro" spiega Dupin: proprio le finestre trovate ermeticamente chiuse. "Essendo ora arrivati a questa conclusione per mezzo d'irrefragabili deduzioni, non è affar nostro, come ragionatori, rigettarla in ragione della sua impossibilità apparente. Non ci resta che dimostrare che tale apparente impossibilità in realtà non esiste". Così, il detective parte alla ricerca della prova che dimostri la validità del suo ragionamento. E la trova: un chiodo spezzato che sembra intatto, una molla che chiude automaticamente il telaio della finestra, e l'enigma è spiegato. Fuori della finestra, però, c'è una parete liscia, e l'altezza è notevole; ma a due metri di distanza passa il filo d'un parafulmine, e un essere dotato di una "straordinarissima e quasi sovrannaturale specie di forza e agilità", un essere capace di ficcare Camille nella cappa del camino, può benissimo essere saltato da quel filo alla finestra e viceversa, utilizzando la pesante persiana di legno come appoggio e prolunga. A conferma di ciò, ai piedi del filo del parafulmine Dupin trova un pezzo di nastro, legato con un nodo tipico dei marinai maltesi.
Scoperta la possibile chiave dell'enigma, non sarà difficile completare il mosaico e inserire al loro posto quegli indizi così apparentemente contraddittori che disorientano la polizia: la ferocia e la gratuità del delitto, la forza sovrumana dell'assassino, gli strani peli rossicci trovati nelle mani di una delle vittime, il linguaggio incomprensibile sentito dai vicini.
In questo racconto, pubblicato nell'aprile del 1841 sul The Graham's Lady's and Gentleman's Magazine, abbiamo il mistero della camera chiusa, il problema investigativo per eccellenza, alla cui soluzione può arrivare solo la sottigliezza dell'investigatore. Ma troviamo anche la classica mancanza di fantasia e la suscettibilità dei funzionari di polizia: "...il funzionario non poteva nascondere il suo dispiacere per la piega che aveva preso l'affare e si lasciò sfuggire qualche sarcastica osservazione su quanto sarebbe desiderabile che ognuno s'occupasse delle proprie faccende". In più, ci sono l'arresto d'un innocente e lo stratagemma dell'investigatore per forzare la mano al colpevole.

Senza dubbio, il metodo investigativo di Dupin ricalca alcune caratteristiche tipiche del procedere scientifico: la capacità di ricostruire il tutto da una parte; la convinzione che dietro l'apparente complessità d'un enigma si celi una soluzione semplice; l'attenzione data a indizi e circostanze che appaiono marginali.

L'eroe seriale

Con la trilogia Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l'opera di Conan Doyle e i serials televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Holmes-Moriarty.
In The Mystery of Marie Roget, il cavalier Dupin torna nuovamente agli onori della cronaca tentando di risolvere, basandosi sulle testimonianze riportate dai vari giornali, il mistero della scomparsa di una graziosa commessa di profumeria, Marie Roget. Ispirandosi a un reale caso di cronaca avvenuto a New York, l'omicidio della sigaraia Mary Rogers, il narratore espone i fatti: uscita di casa per recarsi dalla zia, Marie Roget viene trovata quattro giorni dopo, annegata nella Senna e recante segni di violenza. Sui resoconti della stampa Dupin fonda la propria indagine, spesso demolendo le ipotesi via via formulate dagli articolisti. Disgraziatamente, mentre è in corso la pubblicazione a puntate del racconto, un'albergatrice confessa in punto di morte che il decesso di Mary Rogers è stato causato da un tentativo d'aborto. Pur confermando numerose deduzioni di Dupin, questa versione contraddice in pieno le sue conclusioni, e a Poe non resta che modificare il finale per tenere conto della testimonianza. L'indagine viene troncata allorché Dupin ha identificato l'assassino in un marinaio dalla carnagione scura di cui Marie sarebbe stata innamorata, e Poe redige una nota fittizia, in cui il direttore della rivista dichiara di non aver pubblicato - per "ovvie ragioni" - il seguito del manoscritto, assicurando i lettori che l'inchiesta venne condotta a buon fine dalla polizia parigina.
Per giustificare la mancata aderenza del racconto alla conclusione della vicenda reale, Poe si rifà all'immagine delle due serie di eventi paralleli, dichiarando che se il destino di Mary e quello di Marie sono legati da numerose coincidenze, ciò non vale per lo scioglimento del mistero.

La lettera rubata

Un anno dopo la pubblicazione dei Murders, Poe riporta Dupin sulla scena parigina per fargli interpretare un breve ma perfetto racconto: La lettera rubata (The purloined letter).
E' il tardo crepuscolo, i due protagonisti siedono nel "gabinetto di lettura" del loro appartamento, quando arriva il prefetto. Dupin s'appresta ad accendere un lume, ma all'udire che il prefetto è venuto a consultarlo su una questione complicata, preferisce restare nella semioscurità. Questo è il primo dei ribaltamenti operati da Dupin: a essere rovesciato è il meccanismo associativo che unisce la ragione alla luce. Nel seguito della conversazione, allorché il prefetto confessa la sua impotenza a risolvere un caso che pure si presenta semplicissimo, il detective replica: "Forse il mistero è un po' troppo semplice".
Il prefetto espone quindi le inconsuete circostanze su cui s'è trovato a indagare. Una lettera compromettente è stata rubata alla regina da un ministro intrigante. Mentre è nel boudoir, immersa nella lettura di una lettera strettamente personale, all'ingresso del consorte la regina posa la lettera sullo scrittoio, col testo rivolto verso il basso. Entra allora il ministro, che, riconosciuto il mittente nella grafia dell'indirizzo riportato sul retro, decide di sottrarre il prezioso documento per usarlo a fini di ricatto. Messa sul tavolo la lettera che ha in mano, egli conversa per qualche tempo, e prima di congedarsi s'appropria come per errore dell'altro foglio. Da quel momento, l'uomo regge le sorti della politica francese, grazie all'ascendente che esercita sulla regina.
Convinti che il ministro conservi sempre la lettera a portata di mano, gli uomini della polizia perquisiscono accuratamente tanto lui quanto la sua abitazione, senza alcun risultato. La visita del prefetto rappresenta quindi il riconoscimento della sua sconfitta, e Dupin provvede a smontare pezzo per pezzo il metodo da lui adottato. Richiamandosi al gioco del "pari o dispari", in cui un bambino può battere i compagni identificandosi con loro e prevedendone le mosse, l'investigatore mette a nudo l'incapacità della polizia di valutare l'avversario: se la loro forma mentale è quella della massa, non appena si confrontano con un criminale diverso da loro, si trovano in scacco. Le ricerche della polizia si dimostrano inefficaci perché fondate sul presupposto che a occultare la lettera sia stata una persona dai comuni percorsi mentali, per cui nascosto è sinonimo d'invisibile. Non è detto che la lettera sia stata sottratta alla vista: richiamandosi a un gioco in cui si cerca di trovare su una carta geografica un nome scelto dagli avversari, Dupin osserva che, contrariamente a quanto si crede, le scritte a chiare lettere sono spesso meno individuabili delle più piccole.
Il metodo con cui il detective affronta il caso è ben diverso. Munito d'occhiali scuri, per consentire ai suoi occhi di vagare indisturbati, Dupin s'introduce nello studio del ministro, e non tarda a notare un portacarte appeso alla mensola del camino, ove insieme ad alcuni biglietti da visita si offre allo sguardo una lettera sdrucita. In questa visibilità così marcata, egli coglie un segno d'ostentazione, che rimanda paradossalmente alla volontà di celare la lettera. Tornato il giorno seguente dal ministro, in apparenza per recuperare la propria tabacchiera, Dupin approfitta della momentanea distrazione dell'ospite, attirato alla finestra da uno sparo (trucco organizzato dallo stesso Dupin), e s'impadronisce della lettera, sostituendola con una del tutto simile. Così, quando il capo della polizia si reca dal detective, questi è in grado di consegnargli la lettera rubata.
Per concludere, una citazione dai Mémoires di Vidocq: "Il luogo più in vista è spesso quello dove non si pensa di cercare".

Fonti: Maurizio Ascari, La leggibilità del male, Pàtron, Bologna 1998.
Stefano Benvenuti - Gianni Rizzoni, Il romanzo giallo, Mondadori, Milano 1979.

 

 

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