"Ligeia": gli elementi della storia
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La gran parte delle reazioni che ho riscontrato riguardo a “Ligeia” di Edgar Allan Poe, soprattutto di recente, quando fu scelto come argomento in un seminario sulle forme originarie della narrativa poliziesca, ed ancora quando l’ho assegnato come compito ad una classe che si occupava dei temi della narrativa horror per scoprirne i meccanismi, è che si tratti di un racconto che si concentra sull’incapacità di accettare la storia per se stessa, spesso descritta da commenti sul tipo di: ”questa storia non può essere credibile” oppure “il narratore è assolutamente inaffidabile” oppure “ sono stato trascinato dentro questa storia da una corda attorno al collo”. Tutte queste osservazioni riflettono la riluttanza del lettore a ritenere il testo un vero resoconto od almeno una descrizione fedele di un evento soprannaturale e, di conseguenza, a giudicare credibile il suo narratore. In “Ligeia” l’imperativo che il lettore è in grado di comprendere è l’intenzione di Poe di produrre un unico effetto particolarmente inquietante: l’orrore. Tutti gli sforzi di Poe quindi, sono diretti a produrre il frisson[1](brivido) d’orrore necessario al lettore, e a tal fine Poe introduce delle ambiguità sia a livello della narrativa sia del narratore per spaventare e mettere a disagio il lettore. Per sperimentare questa sensazione di orrore puro direi che l’interpretazione che il lettore deve verificare sia quella “letterale”. Donald A. Ringe nota in maniera alquanto convincente: “Non ci sono molti dubbi sul fatto che si debba intendere la rianimazione del cadavere di Rowena da parte dell’anima di Ligeia in senso letterale[2]…l’azione della storia supporta pienamente il tema annunciato nell’epigrafe: che attraverso la volontà di potenza Ligeia è stata capace, almeno per un momento, di trionfare sulla morte.”[3] I tentativi di guardare alla storia da un punto di vista razionale quindi, in cui ogni evento ha una spiegazione naturale, oppure quelli di utilizzare una interpretazione metaforico-allegorica come principale, sono sicuramente destinati a fraintendere le intenzioni poeiane. La convenzione generalmente accettata che li indica come racconti del mistero, per esempio, in cui ogni singolo evento può essere spiegato in maniera ordinata, oppure come opere di narrativa realistica in cui ogni evento riflette la vita quotidiana, non si applicano obbligatoriamente alla horror fiction. La visione del mondo di Poe è spesso antitetica a quella di Sherlock Holmes che commenta in modo aspro: “Questa è opera di mortali, e deve rimanere così. Il mondo è abbastanza grande per noi. Non c’è posto per i fantasmi.”[4] Quello di Poe è un mondo in cui di frequente il razionale non può essere di fatto impiegato per spiegare la realtà, ovvero può soltanto chiarire gli eventi fino ad un certo punto; molto spesso è proprio questa incapacità di abitare in un mondo equilibrato e ordinato che genera l’autentico effetto di orrore. Piuttosto che concludere con le parole di Yaohua Shi che “… la fine della storia non è una vera e propria conclusione finché l’enigma non è chiarito, ”[5]dobbiamo ammettere che il finale aperto rinforza l’orrore di un incubo da svegli, come Terry Heller evidenzia: “ Per il lettore previsto dal testo, il racconto non ha una fine. Il ruolo del lettore implicito è sospeso tra due modi di comporre la storia, fra due realtà inadeguate che si escludono reciprocamente. Il desiderio del lettore implicito è di ottenere uno scioglimento completo, poiché si trova meno a proprio agio rimanendo incerto in una condizione di ambiguità, per questo non può essere sicuro di ciò che è accaduto e di ciò che non lo è, specialmente quando il suo ruolo investigativo è stato parzialmente definito, quando non c’è nulla di piacevole e molto di ciò che è orripilante riguarda i due poli tra i quali esitiamo … il lettore reale è stato intrappolato nel ruolo del lettore implicito. Il racconto è una trappola.”[6] Poe adopera tanto le circostanze realisticamente descritte e la serie di eventi interamente accertati, quanto le sequenze frammentarie e i vuoti di memoria, in altre parole il resoconto stesso, per stravolgere il razionale e costringere il lettore a rendersi conto che le spiegazioni razionali possono arrivare solo fino a quel punto. Il lettore che non riesce a spiccare il salto nell’immaginazione, che non può sperimentare “la volontaria sospensione dell’incredulità” di Coleridge, poiché lui o lei credono nel supremo valore della ragione, o semplicemente non possono accettare una storia che sia “intorno” al soprannaturale, non sono in grado di dedicarsi con successo ad un testo di Poe. Gli studiosi che danno interpretazioni allegoriche in cui Ligeia è “l’anima femminile inconscia dell’uomo” (Andriano[7]), o nelle quali riveste il ruolo di una Musa per l’artista narratore (Mc Entee[8]), oppure letture che pongono in rilievo l’uso del linguaggio (Bieganowski[9]), o asseriscono che il narratore è un assassino (Matheson[10]), mentre sono utili come punti di vista alternativi, in realtà viziano l’effetto orrorifico distanziandolo, come fanno critici quali Roy Basler che suggerisce un’esegesi di tipo psicologico affermando: “ In particolare nell’interpretazione di “Ligeia”, una comprensione del non razionale rende necessario un quasi completo capovolgimento di certi assunti critici e spiegazioni che affermano si tratti di un racconto soprannaturale.”[11] Critici come Terence Matheson che vedono il narratore come un serial killer tormentato dai sensi di colpa postulano un effetto diverso- uno che è orrorifico in senso terreno, ma che rimuove l’elemento soprannaturale. Una spiegazione alternativa che conservi la componente soprannaturale così importante per l’orrore, è quella in cui il narratore sa che Rowena fu uccisa perché vide l’ombra di Ligeia commettere quell’assassinio, ma era complice di quell’atto a causa dell’odio che provava per Rowena. “ Vidi, o piuttosto sognai di veder cadere nella coppa, come scaturite da una sorgente invisibile nell’atmosfera della stanza, tre o quattro grosse gocce di un liquido dal brillante color rubino. Se questo io vidi- Rowena non lo vide. Lei trangugiò il vino senza esitazioni e mi ripromisi di parlarle di questa circostanza che, dopo tutto, considerai, doveva esser stata soltanto provocata dalla suggestione di una vivida immaginazione, diventata particolarmente perversa dal terrore di lei, dall’oppio, e dall’ora.”[12] Questa conoscenza colpevole renderebbe comprensibili gli anni di paura e sofferenza del narratore. Egli teme per la sua anima per parecchi motivi: sia come testimone e spettatore dell’assassinio, e perché è effettivamente schiavo di una figura simile a Lilith, che è ovviamente un altro tipo di sirena femminile, un punto sul quale Daryl F. Jones argomenta in modo assai persuasivo[13]. Heller suppone che Ligeia sia un tipo di vampiro che “ ha raggiunto la sua satanica immortalità nutrendosi spiritualmente e fisicamente del resto dell’umanità, dominando la loro fragile volontà con la sua che è potente”[14]. Sia percepita come sirena sia come succube o vampiro, non fa molta differenza ai fini di una disamina letterale: i timori del narratore per la sua anima sono comunque validi ed il lettore può simpatizzare oppure no con questi timori che conducono non solo alla morte fisica ma alla schiavitù e alla perdita d’identità, molto importante in questa storia è proprio il fatto che il narratore non ha un nome. Ipotizzerei che forse è l’intenzionale incapacità del lettore di sospendere la propria credulità responsabile della mancanza di impegno così evidente in tante analisi dei testi orrorifici di Poe. Questo perché, nel caso in cui si fosse accettata la premessa di Poe, la razionalità sarebbe stata naturalmente ed in toto invalidata, e dei temi scomodi come l’inesorabilità della morte e la mancanza di controllo dell’uomo in un mondo ostile, come anche la possessione demoniaca, non avrebbero soltanto portato in superficie ma avrebbero anche richiesto una seria attenzione. Come giustamente sottolinea Lovecraft nel suo saggio esauriente “Supernatural Horror in Literature”: “L’attrazione per il macabro spettrale è generalmente limitata perché richiede al lettore un certo grado di immaginazione e una capacità di distacco dalla vita quotidiana… racconti di eventi e sentimenti comuni, oppure di ovvie distorsioni sentimentali di tali sentimenti ed eventi, mantengono sempre il primo posto nei gusti della maggioranza…”[15] E’ di gran lunga più facile, naturalmente, affermare che il narratore è pazzo, fin dall’inizio. Pazzo. Bugiardo. Inattendibile. Può essere che il narratore sia pazzo: dopotutto sta riportando eventi che sono già avvenuti e che potrebbero certamente condurre ad una pazzia perlomeno temporanea. Ma fino a che punto è diventato matto? Sia nel caso in cui sia stato pazzo dal momento in cui ha iniziato a descrivere gli avvenimenti, o sia impazzito proprio quando vi è stato coinvolto, oppure verosimilmente sia pazzo ma ancora capace di restituire un resoconto convincente, fa una gran differenza. Simili distinzioni sono cruciali ai fini di qualsiasi indagine sulla storia perché l’unico effetto che Poe ricerca è l’orrore provato da un essere razionale, homo capax rationis [16], quando è ripetutamente sconvolto da una incredibile e inaccettabile, seppur vera e presente, serie di eventi. Di conseguenza esaminare la storia come un resoconto disordinato di una discesa nel maelstrom della follia, blocca immediatamente l’esperienza dell’orrore che credo sia il principale obiettivo di Poe. D’altronde, come può qualcuno in alcun modo giudicare verosimile questo folle racconto? Sappiamo tutti che i morti sono morti: rimangono morti e non tornano indietro, volontà oppure no. E’ su questo terreno che il tipico essere razionale basa le sue credenze. Questa spiegazione comunque non tiene conto del fatto che lo scopo di Poe è di forzare il lettore a sperimentare l’orrore reale. Non l’orrore stemperato della lettura, a distanza, di una narrazione da cui i lettori sono esclusi e allontanati grazie alla situazione e alla tecnica narrativa. Non la distanza dello spettatore che osserva una debàcle17 psicologica. No, la rete in cui Poe cerca di imbrigliare il lettore è quella dell’orrore immediato ed autentico di assistere un uomo afferrato da ciò che sembra un incubo- un incubo dal quale non può fuggire in primo luogo perché non si tratta di un incubo ma di un risveglio in una realtà nella quale l’incredibile e l’irrazionale stanno avvenendo. Quanto spesso si dice, senza la minima comprensione di quello che implica quest’affermazione, “ mi sento intrappolato in un incubo ad occhi aperti”. Quello che Poe vuol farci provare è l’autenticità di quell’asserzione. Non soltanto di sentirsi afferrati, ma di esserlo: afferrati come può esserlo il narratore. Poe immagina il lettore capace di sospendere il buon senso e la ragione per gettare lo sguardo in questo vortice. Tutti gli asserti che sembrano così facili, ambigui e consoni alle nostre orecchie, tutte le domande retoriche rivolte al lettore sono là per l’unico motivo di intrappolare il lettore in questo senso, smantellando il muro tra lettore e narratore, realtà e “irrealtà”, la quotidianità e il soprannaturale. Una lettura seria di questo racconto sul livello letterale esplicito, come anche un accurato resoconto degli eventi sperimentati dal narratore richiede “la volontaria sospensione dell’incredulità”, senza la quale il lettore non è in grado di entrare nel testo ed è bloccato dal giudizio in qualche modo sterile, che il narratore sia matto ed inattendibile. Come nota Stephen King, in maniera abbastanza accurata credo, in Danse Macabre: “ Quando Coleridge parlava di “sospensione dell’incredulità” nel suo saggio sulla poesia immaginativa, credo sapesse che l’incredulità non è come un pallone, che può essere tenuto sospeso in aria con uno sforzo minimo; è come un peso di piombo che deve essere sollevato da uno scatto preciso e sostenuto da una presa vigorosa. L’incredulità non è leggera: è pesante. La differenza di vendite fra Arthur Hailey e H.P. Lovecraft esiste perché tutti credono nelle macchine e nelle banche, ma si richiede un atto intellettuale sofisticato e vigoroso per credere, anche se per un breve lasso di tempo, in Nyarlathotep, il Cieco Senza volto, l’Urlatore nella notte. E ogni volta che incontro qualcuno che esprime un’opinione del tipo “ non leggo opere di fantasia e non vado a vedere questi film; nessuno di loro è reale, ” provo un senso di comprensione. Semplicemente non possono sopportare il peso della fantasia. I muscoli della loro immaginazione si sono poco sviluppati.”18 Abbiamo rilevato in precedenza che altri critici considerano “Ligeia” in maniera piuttosto differente. Per esaminare l’orrore inteso come effetto principale, tuttavia, Lovecraft e King offrono la critica più adatta. In questo contesto, che si impernia sulla resistenza del lettore alla storia, manteniamoci fedeli a “gli elementi della storia”, per quanto possano infrangere le regole ed essere soprannaturali. Invece di optare immediatamente per una lettura che presume la follia, procediamo dall’assunto che gli eventi che l’autore sta narrando accaddero effettivamente. In quali circostanze potevano verificarsi questi eventi? Sotto molti aspetti, quest’approccio adotta il procedimento logico proprio dei racconti polizieschi; in molti casi si tratta di un’intenzione opposta a quella di Poe in “ Gli assassini della Rue Morgue”, dove una serie di eventi in apparenza inspiegabili è chiarita servendosi di un ragionamento. Ammettendo che esista una logica interna al resoconto del narratore, in altre parole che quello che lui afferma sia accaduto è di fatto avvenuto, come possono essere interpretati gli eventi? È vero: abbiamo un limitato numero di possibilità. Possiamo sia rifiutare completamente il punto di vista del narratore quanto accettarlo in toto. Lui è una vittima, dall’inizio, della follia e della delusione, presumibilmente avrà redatto questo resoconto in una confortevole cameretta imbottita, oppure è l’uomo che sta riportando gli episodi di una situazione nella quale è stato coinvolto e dove almeno in un punto nella narrazione è stato afferrato lui stesso da una temporanea follia. La prima possibilità è un vicolo cieco poiché nessuno si aspetta di scorgere un senso nei deliri del completo illuso. Questa è una soluzione molto comoda anche per quei lettori “resistenti” cui ci siamo riferiti in precedenza che non desiderano confrontarsi con la storia. Se invece andiamo ad esaminare l’ultima spiegazione allora emergono altre due possibilità. Il narratore in un caso sta deliberatamente interrogando i lettori tramite delle domande, nell’altro ponendole sebbene timoroso di poter, ad alcuni livelli, sospettare la risposta già presentita dal lettore e narratore implicito. In questo caso, l’artificio retorico in gioco è il narratore affidabile di Wayne Booth. In “The Rethoric of Fiction”19, Booth distingue un narratore affidabile da uno inaffidabile a seconda che possa oppure no “parlare in nome od agire in conformità alle regole dell’opera”20. In una narrazione in prima persona questa verifica è di minor interesse, ritengo, che in quelle cosiddette onniscienti in terza persona. In ogni caso, le regole di Poe sono davvero molto simili a quelle del suo narratore. Se Poe l’uomo crede nel soprannaturale esula dalla questione: molti dei suoi racconti riproducono il soprannaturale di regola. Pertanto l’autore implicito di Poe introduce una linea oscillante fra il razionale ed il sovrarazionale, il morto ed il vivo. Il narratore perciò parla in una certa misura in accordo con il narratore implicito. Siamo tuttavia ancora di fronte al problema riguardo al grado di conoscenza del narratore: se sa tutto quello di cui l’autore implicito è al corrente. Questa può essere oppure non essere una domanda cui è possibile rispondere. Di nuovo, di quali fatti deve occuparsi il lettore? Il nostro narratore anonimo ha sposato una donna del cui passato non sa nulla. Né dove abitasse, né il patronimico, neppure la sua famiglia. Egli osserva che soltanto indistintamente ricorda il loro primo incontro e si chiede, forse per un artificio retorico che mira a produrre incredulità: “ strano che abbia completamente dimenticato le circostanze …”21. Questa mancanza di conoscenza è ovviamente molto insolita, specialmente in un’epoca ed in una società dove la famiglia stabiliva o interrompeva le unioni, ancora di più in Europa, dove la cultura era più rigidamente ripartita fra le classi sociali di quanto non lo fosse in America. D’altra parte il narratore dichiara che la famiglia di lei è sicuramente antica, e che lei gli ha portato in dote un grosso patrimonio:” Non mi mancava quello che il mondo chiama ricchezza. Ligeia mi aveva portato molto di più, molto di più di quello che solitamente tocca in sorte ai mortali.”22 Una di queste affermazioni rimane una questione aperta, ma forse la famiglia di lei è antica; l’altra è di natura assai concreta, se l’altro sia ricco oppure no. Forse il narratore sa che questa è una situazione incredibile per chiedere al lettore di accettarla, o forse, com’era comune al tempo, si aspettava che la dote piuttosto cospicua di lei colmasse tutte le lacune sulle sue origini. Parlando in termini romantici lei è una figura archetipica, la totalmente sconosciuta, e lui la ama soltanto per se stessa. Ciò nonostante, nonostante la ricchezza e le spiegazioni razionali, lui è a disagio, quest’infelice narratore, “per la sua anima…”23. L’incognita allora diventa quali forze possono indurre un uomo a temere per la sua anima. Un’ovvia lettura è quella riferita a forze ostili e ultraterrene che cospirino per intrappolare incauti umani servendosi, piuttosto di frequente, sia dell’avidità per il denaro che della bramosia sessuale. Ligeia, appunto, ha procurato al narratore straripanti quantità di entrambe; i timori del narratore riguardano il prezzo di questi privilegi. In <<Poe’s Siren: Character and Meaning in “Ligeia”>>, Daryl F. Jones accetta la premessa soprannaturale dimostrando che tale interpretazione non si sottrae ad una lettura psicologica. La sua interpretazione di Ligeia come sirena è abbastanza attraente, specialmente quando postula che: “La resurrezione di Ligeia alla fine del racconto assume una dimensione ancora più cupa che rafforza l’intensità dell’orrore espresso nel racconto. Se l’esistenza terrena di Ligeia dipende dalla sua attività come agente di divina distruzione, possiamo speculare che il suo ritorno in vita rappresenti una seconda possibilità per sedurre e distruggere il narratore.”24 Se il lettore riconosce in Ligeia un essere soprannaturale, una sirena come presuppone Jones, oppure la metaforica estensione di un angelo caduto, come argomento io, la sua situazione diventa comprensibile. Non ha un patronimico, una famiglia, degli antenati, ecc., perché non è umana. Naturalmente, nessuna parola umana può descriverla in maniera sufficiente: lei è in qualche modo aldilà dei valori mortali, sia si tratti di una sirena, una figura simile a Houri, uno degli angeli caduti dotati di una bellezza e di una conoscenza aldilà dell’umana comprensione, o per inciso a Lilith anche, la prima moglie di Adamo, sostituita da Eva. Rowena in quest’analisi corrisponde ad Eva, che in alcuni miti prese il posto di Lilith negli affetti coniugali. Nel caso in cui il narratore fosse stato davvero posseduto, letteralmente, psicologicamente e metafisicamente da un succubo al quale la sua debole volontà terrena non può opporsi, ha delle buone ragioni per guardare il ritorno di Ligeia sia con gioia sia con terrore. L’analisi più letterale è più convincente perché salvaguarda il singolo effetto orrorifico senza mitigarne il risultato. Tuttavia come tante altre persone costrette ad affrontare ipotesi spiacevoli, il narratore potrebbe tentare di ricomporre il ricordo degli eventi e mascherare il disagio per essersi reso conto che l’ambiente dal quale proviene sua moglie gli è ignoto:” Credo… di sicuro ho sentito…”25 E allora naturalmente lo sfoggio copioso di scuse di fronte ai nostri occhi complici: la memoria debole, l’amore clandestino, un capriccio. Anche quando si accorge che non ha mai conosciuto il cognome di sua moglie, la sua vera identità in quella società, conferisce regolarmente un effetto inverso all’incombente malessere con razionalizzazioni designate a chiarire l’ambigua posizione di lei. Suppone che fosse un gioco da parte sua, oppure una prova, una proposta romantica. Questo suo atteggiamento fa sorgere la domanda di quanto ne fosse consapevole, e se questa consapevolezza sia o meno attendibile. E pone un altro interrogativo: se il narratore si aspetti che il lettore sia distaccato oppure accetti le sue spiegazioni. A questo punto comunque, il lettore astuto ha raccolto parecchi indizi riguardo all’effettiva condizione di Ligeia; inoltre, secondo il narratore:“ C’è un argomento a me caro, in ogni modo, riguardo al quale la memoria non mi abbandona. E’ la figura di Ligeia.”26 Questa descrizione non è espressa in termini umani: “ Sarebbe vano tentare di ritrarre la maestà…l’incomprensibile levità e flessuosità della sua andatura. Si avvicinava e si allontanava come un’ombra…. Nessuna fanciulla poteva eguagliarla per la bellezza del suo volto… una visione aerea che elevava lo spirito più selvaggiamente divina… [ed insieme] pervasa di tanta straordinarietà…Questi erano invero il trionfo di tutte le creature del cielo… Loro [gli occhi] erano, devo supporre, più grandi di quelli comuni alla nostra razza… la sua bellezza…sembrava la bellezza forse di esseri superiori o ultraterreni.”27 Privata della verbosità fuori luogo, l’effettiva condizione di Ligeia è svelata. Nell’ambito dei confini rigorosi della successione degli eventi, tutto ha un senso. Dato che lei non è propriamente mortale, nel senso che non è un essere umano, ha poco o nessun senso aspettarsi da lei delle limitazioni o che si conformi alle esigenze sociali di qualcuno. Vi è persino un’altra indicazione del fatto che ci stiamo occupando di qualcosa di estraneo alla sfera umana: il narratore nota che Ligeia è colta. La sua cultura era “ immensa- quale non ho mai riscontrato in una donna”.28 Nulla è precluso a questa donna: il narratore si domanda se esista un uomo che sia colto quanto lei. Inoltre il narratore afferma ” eppure ero sufficientemente consapevole della sua infinita supremazia per abbandonarmi, con la fiducia di un bambino, alla sua guida per il caotico mondo dell’investigazione metafisica…”29 In un senso puramente cristiano, richiama fortemente alla mente l’idea di un angelo guardiano, guida e mentore. In qualsiasi modo sia definita Ligeia, comunque, è chiaro che Ligeia non fa parte della razza umana, possedendo una tale “ saggezza troppo divinamente preziosa per non essere proibita.”30 La scena della morte presenta ulteriori indicazioni sulla vera natura del personaggio di Ligeia. Mentre la sua poesia indica che gli angeli si lamentano e cadono vittime della paura della morte, è il suo ultimo discorso ad essere il più rivelatore. Rivolgendosi al divino Padre, padre sia per l’uomo sia per gli angeli, e sostenendo di essere “ parte e particella di Te”.31 Più in là sottolinea che soltanto l’Uomo si arrende alla morte per la debolezza della sua fiacca volontà. E’ possibile interpretare il passaggio riconoscendo la natura umana di Ligeia; ma è anche possibile sostenere l’interpretazione secondo cui l’uomo muore a causa della debolezza della sua fragile volontà, e che Ligeia non essendo umana è priva di una fragile volontà. Mentre l’azione si avvicina alla parodia, con il narratore che “in un momento di alienazione mentale”32 sposa in seconde nozze una donna che lui “aborriva con un odio di natura più demoniaca che umana…”, 33 e la fatale malattia della moglie, s’insinua una presenza aliena. Lady Rowena parla di movimenti e di suoni che il narratore all’inizio non ammette di vedere o sentire, e che preferisce invece attribuire al vento. Più tardi tuttavia riconosce: “ ho visto… un’indistinta e pallida ombra di aspetto angelico- simile a quello che si può immaginare dell’ombra di uno spettro”.34 La morte di Rowena, ossia il suo assassinio, commesso, direi, dallo spettro di Ligeia, segue a breve. Il marito di Rowena, sprofondato nel ricordo della perduta Ligeia, avverte dei suoni che in principio lo portano a pensare che Rowena è stata avvolta troppo presto dalle vesti funebri. Ed una certa misura d’orrore è, tutto sommato, comprensibile- egli d’altronde è seduto da solo in una lugubre e misteriosa camera di fronte ad un corpo avvolto in un sudario. In ogni modo, il suo orrore non è soltanto provocato dall’accorgersi di aver forse fatto indossare un sudario ad una donna ancora viva, ma riguarda certi dubbi piuttosto insoliti sull’identità del cadavere. A parte il pretesto razionale, il suo riferimento a “questo spaventoso dramma di resurrezione”, la sua asserzione di “ non avere cognizione di quale selvaggia trasformazione avvenisse nell’aspetto fisico del cadavere”, il cenno a “colei che era morta”,35 suggeriscono che i suoi dubbi riguardano l’identità di un cadavere appartenente al passato. Considerandolo in termini razionali quale altro cadavere potrebbe essere se non quello di Lady Rowena? Dopotutto è stato testimone della sua morte ed ha vegliato sulla salma. Che motivo ha di riferirsi alle spoglie come a “la cosa che era stata avvolta nel sudario”?36 E, nonostante le domande retoriche che puntano come prima a sovvertire la realtà, sia riconoscendo il narratore come conforme alle regole, oppure subordinandolo al “triangolo” del narratore implicito e autore- lettore, quale motivo ha di dubitare dell’identità del cadavere? Questa domanda è cruciale: o lui sa, come l’autore implicito ed il lettore, o ne è all’oscuro, vittima di orrendi sospetti. I suoi dubbi, “ poteva essere Rowena in vita…poteva essere proprio Rowena …”,37 e le successive investigazioni che ammettevano potesse trattarsi veramente della bocca, delle guance, del mento di Ligeia, sono soltanto l’orpello che un infelice narratore infligge ad un’intollerabile realtà postulata dall’autore implicito. Subito dopo aver riconosciuto che quella poteva non essere la salma di Rowena, è “investito da un’indicibile follia”.38 A questo punto della narrazione l’irrazionalità domina la razionalità. Tuttavia, per quanto il lettore legato alla razionalità possa resistere, è Ligeia che si trova davanti a lui, una Ligeia resa autentica dalle precedenti ed indiscutibili descrizioni attinenti ai capelli e agli occhi, incompatibili con quelli di Rowena, che aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri. Il lettore, in fin dei conti, ha ben poche ragioni di dubitare della dettagliata ed alquanto analitica descrizione del narratore. Ligeia è alta e snella, ha i capelli neri, gli occhi scuri, è colta e facoltosa. E morta. Almeno per quel che ne sappiamo noi lettori. E certamente suo marito l’ha riconosciuta come morta e sepolta. In questo modo, limitando l’analisi agli eventi descritti dal narratore, indipendentemente dal fatto di considerarlo affidabile o inaffidabile, possiamo arrivare a chiarire quello che sta realmente accadendo? Il narratore ha sposato per amore una donna della quale non sapeva nulla e fortemente sospettata forse prima, al contrario e più verosimilmente dopo la di lei “morte”, di non essere umana ma fondamentalmente un succubo che ha intrappolato la sua anima. Le conseguenti istanze e chiarimenti non servono a stabilire un nesso logico, piuttosto sono intenzionalmente diretti a sovvertire la razionalità che ci si aspetta dalle descrizioni di un narratore attendibile rispetto a dei casi umani. Ironicamente, le domande, attentamente formulate, mentre sembravano funzionare ad un livello razionale rassicurando il lettore, di fatto lo portavano al punto in cui la razionalità viene meno e l’inesplicabile prende il sopravvento irretendo il lettore quanto i personaggi. Ligeia era davvero là ed il narratore perse la testa nel momento in cui si trovò di fronte un cadavere ambulante, oppure il narratore era semplicemente pazzo dall’inizio? Secondo quel che dice il narratore la prima moglie, che non fu mai soggetta alle limitazioni umane, è ritornata. Nemmeno la sua follia scredita automaticamente tutto ciò che dice, difatti molti dementi riescono a riportare le loro esperienze con completa esattezza. Sebbene possa essersi sbagliato in precedenza e quale che siano le spiegazioni razionali escogitate per i numerosi aspetti innaturali od inumani di sua moglie, a questo punto la razionalità deve arrendersi dinanzi alla force majeure39 dell’irrazionalità. Come è stato precedentemente stabilito in dettaglio e sottolineato dalla narrazione, gli occhi di Ligeia la contraddistinguono come un essere del tutto unico. Lo sforzo finale e necessario per sciogliere il suddetto nodo fondamentale è proprio questo- che piaccia oppure no, il razionale è stato sostituito dall’inesplicabile e dall’irrazionale. Nemmeno tutti i ragionamenti di questo mondo possono rendere comprensibile una realtà come quella rappresentata dai capelli e dagli occhi di Ligeia. Ammettendo oppure no che vi siano dei limiti alla conoscenza del narratore, dobbiamo comunque affidarci alla sua storia giacché si conforma alle norme dettate dall’autore implicito. Accogliere la storia del narratore significa completare il processo, così sottilmente sorretto dal principio alla fine della storia, di dimostrare l’inutilità di concepire il razionale come suprema forza nell’universo. Anche il lettore che non è in condizioni di sospendere l’incredulità durante tutta la storia, si rende conto della potenza racchiusa nelle ultime parole del narratore. “In questo almeno,” urlai a gran voce,
“non potrò mai ingannarmi- questi sono i grandi, neri e fulgidi
occhi- del mio amor perduto- della mia signora- di Lady Ligeia.”40
[1] In francese nel testo, N.d.T. [2] In corsivo anche nel testo, N.d.T. [3] Ringe, Donald A. American Gothic: Imagination and Reason in
Nineteeth-Century Fiction. Lexington: University Press of
Kentucky, 1982, p. 135. [4] Doyle, Arthur Conan. “The Sussex Vampire”.
In Sherlock Holmes: The
Complete Novels and Stories. New York, Bantam 1986, p. 535. [5] Shi, Yaohua. “The Enigmatic Ligeia/’Ligeia.’
” Studies in Short Fiction
28 (1991): 485-496. [6] Heller, Terry. The Delights of Terror: An Aesthetics of the Tale of Terror. Urbana:
University of Illinois Press, 1987, pp. 122-123. [7] Andriano, Joseph. “Archetypal Projection
in ‘Ligeia’: A Post-Jungian Reading.” Poe Studies 19 (1986): 27-31. [8] Mc Entee, Grace. “Remembering Ligeia.”
Studies in American Fiction 20(1992): 75-83. [9] Bieganowski, Ronald. “The Self-Consuming
Narrator in Poe’s ‘Ligeia’ and ‘Usher.’ “ American Literature 60 (1988):175-187. [10] Matheson, Terence J. “The Multiple
Murders in ‘Ligeia’: A New Look at Poe’s Narrator.” Canadian Review of American Studies 13 (1982): 279-289. [11] Basler, Roy P. “The Interpretation
of ‘Ligeia.’ “ In Poe: A
Collection of Critical Essays, ed. Rober Ryan. Englewood Cliffs,
NJ: Prentice-Hall, 1967, p.51.
[12] Poe, Edgar
Allan. “Ligeia”.
In The Portable Poe. Ed. Philip Van Doren Stern. New York: Penguin, 1977, p. 240. [13] Jones, Daryl F. « Poe’s Siren :
Character and Meaning in ‘Ligeia.’ “ Studies in Short Fiction 20 (1983):pp. 33-37. [14] Heller T., op. cit., p. 120. [15] Lovecraft, H.P. “Supernatural Horror
in Literature.” In Dagon
and Other Macabre Tales. Ed. August Derleth (rev. S. T. Joshi).
Sauk City, W1: Arkham House, 1986, pp. 365-366. [16] In latino nel testo, N. d. T. 17 In francese nel testo, N.d. T. 18 King, Stephen. Danse Macabre. New York, Nerkley, 1983, p. 99. 19 Booth, Wayne. The Rethoric of Fiction. 2nd ed. Chicago: University of Chicago Press,
1983. 20 Ivi, p. 158. 21 “Ligeia”, in The Portable Poe, cit., p. 226. 22 Ivi, p.234. 23 Ivi, p. 225. 24 Jones, Daryl F. <<Poe’s Siren :Character and Meaning
in “Ligeia”.>> Studies in Short Fiction
20 (1983), p.35. 25 “Ligeia”, in The Portable Poe, cit. p.225. 26 Ivi, p. 226. 27 Ivi, p.227. 28 Ivi, p. 230. 29 Ibid. 30 Ivi, p.231. 31 Ivi, p. 234. 32 Ivi, p. 235. 33 Ivi, p. 237. 34 Ivi, p. 239. 35 Ivi, p. 243 36 Ibid. 37 Ibid. 38 Ivi, p. 244. 39 In francese nel testo, N.d.T. 40 “Ligeia”, in The Portable Poe, cit. p. 244. |