Interpretazione di «Israfel»
di Francesco Piselli vitriol@iol.it professor of aesthetics
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Cominciamo a leggere in epigrafe al testo:
E l’angelo Israfel: le corde del suo cuore sono un liuto, e ha la piú dolce voce fra tutte le creature di Dio. Dal Corano.
L’orientalismo di Poe, quale e quanto che sia, ritengo sufficiente limitarmi ai due riferimenti, comunemente noti e citati, e utili in questa occasione, dico di George Sale il Discorso Preliminare alla traduzione del Corano, e di Thomas Moore Lalla Rookh.
Nel luogo di Sale dove si descrive la condizione celeste islamica, fra altre notizie (Poe comincia appunto: And the angel…) troviamo che Israfil[1] sta ordinariamente occupato a cantare per intrattenimento degli Eletti, accompagnato da Urí in coro, mentre un vento che si esala calando dal massimo soglio eccita fruscio di auree alberature, ticchettio di pietre preziose, trilli di campanelline. Fra tutto questo concento, possiede l’Angelo “the most melodious voice of all God’s creatures[2]. ” Ma niente liuto, tromba piuttosto per Israfil, nel giorno del Giudizio[3].
In Lalla Rookh, tutto lune sopra il mare di Oman, nubi rosate, usignoli, venticelli profumati, fiori di corallo, api indiane al tramonto, legno di sandalo, esibizioni a base di canto e liuto, soave una voce si innalza, paragonabile a quella di Israfil quando si esibisce nell’arboreto edenico[4]. In un altro episodio, la voce umana e il liuto tanto mirabilmente si impongono da far pensare dell’angelo all’aereo transito. La forza che avvince le anime ascoltanti dipende dalle parole e dalla composizione musicale non in quanto tali, ma perché trasportano un misterioso e mai sperimentato incanto[5].
Dal “Corano” dunque, ossia dal complesso appena descritto, Poe ricava quanto gli sembri bastante per non esordire nel vuoto, contento che, secondo suggestive testimonianze, un angelo Israfel esista, sia dotato di voce oltremodo melodiosa, e incantevole, e dimori presso il soglio divino, insieme ad altri spiriti superiori, e dunque oltre che ai beati paradisiaci ed alle Urí, insieme a Gabriele, Michele, Azraele[6].
In Cielo uno spirito dimora.
Non è stato disposto, finora, che Israfel metta piede nel mondo umano, non che debba mai abbandonare la propria sede come avvenne agli angeli ed ai serafini che custodivano, prima dell’infestazione, il Palazzo del quale canta quella celebre ballata di Roderick Usher. In alto come sta, sembra invulnerabile da quale si sia malizia terrestre.
Quanto alla voce tanto melodiosa, essa non può che essere attributo di una natura intimamente musicale, della quale Poe ci dà notizia ripronunciando una locuzione quanto mai diffusa e comprensibile:
«Le corde del suo cuore sono un liuto».
Come dire: la sua intima personalità affettiva è accordata musicalmente.
Ci si rammenta, naturalmente, di quando Platone[7] discute la musica dell’anima, concludendo quindi per la sua permanenza anche quando lo strumento (il corpo) si sia sfasciato.
Ma, è puro quello spirito? Oppure dotato di un corpo? Sembra di sí, visto che ha un cuore, le cui fibre sono corde acustiche, e canta, e agisce sulla materia celeste. Deve essere un corpo straordinariamente sottile, e prezioso, confacente alla sua natura squisita.
Nessuno canta cosí stranamente bene come l’angelo Israfel.
Poe stima tanto grandemente la musica, sia da sola, sia, e piú ancora, se unita alla poesia, da volerla quasi alla pari con l’architettura di paesaggio[8]. Israfel è collocato dunque tanto in alto quanto è elevata la sua arte, nella quale è sommo.
Non so se egli moduli in stile medio orientale. Di sicuro, piuttosto che l’orchestra di sonagli e altre percussioni, lo accompagnano, anzi sono tutt’uno con lui, gli affetti intonati dal cuore liuto. Possiamo pensare all’esibizione, stimata eccellente da Poe, di Madame Stéphanie Lalande: grande volume sonoro, straordinaria agilità, intonazione e metrica costantemente precise anche nei piú difficili ornamenti, ma al servizio di un’estrema sensibilità e di un’oltremodo appassionata espressione[9], come si conviene alla migliore musica vocale[10].
Questo è cantare stranamente bene: che una profonda scaturigine affettiva sia resa appariscente ed esaltata, piuttosto che impedita, dal rigore tecnico. Qui si ferma l’esempio, perché Israfel non ha sopra di sé alcuna Malibran da emulare, né dipende dalle forniture di qualche compositore, autore come è egli stesso; e — credo, come Roderick Usher— di pezzi tempestosi[11], e irriguardosi verso le forme musicali orecchiabili o comunemente rispettate.
Israfel si esibisce appena sotto il trono di Allah, al confine col cielo settimo, od anche in questo risiedendo[12], e dunque in comunicazione coi cieli inferiori. Non escluderei neppure che egli sia venuto in cosmico teatro sotto il cielo della Luna, librandosi nell’alta atmosfera di Hans Pfaal; da queste sedi produce inauditi effetti astrofisici:
E le stelle colte da vertigine (cosí leggende raccontano) smettendo i loro inni, rimangono, intente all’incantesimo della sua voce, tutte mute.
La locuzione “stelle colte da vertigine” designa i Pianeti, in tale stato per il loro perpetuo moto giratorio, complicato e persino retrogrado. Questa concisa evocazione rende ancor piú impressionante l’evento: si sono fermati! In quanto cantanti anch’essi, e di ottima qualità, che nel corso delle loro rivoluzioni levano a Dio inni di gloria[13], hanno saputo apprezzare la squisita voce israfelica, ne sono rimasti per incanto afferrati, ed ora se ne stanno intenti immobili taciturni ad ascoltarla. L’interruzione delle sante lodi è talmente incredibile che Poe, costretto alla cautela, avverte: “Si tratta di leggende”.
Vacillante lassú, al suo passaggio piú alto, la luna, sedotta, si imporpora d’amore.
Per lo piú, i selenismi e i rossori di Poe sono nel genere spaventoso, come quando una sanguinolenta luna piena appare nella fenditura della casa Usher; o una luna cremisi sorge fra la nebbia di paludi abominevoli[14]; o la luna rosso fosco[15] annuncia un irresistibile fortunale. La Morte Rossa fa strage. Una cometa di rosso opaco distrugge il mondo di Eiros[16]. Saturno, formidabile pianeta, è cinto da un anello rosso[17]. Se d’altra parte non avvia sciagure, fredda è la Luna[18], e non suole amare.
Nulla di tutto questo nella situazione presente, che evoca, pur se infrequenti, care esperienze nella tormentata biografia di Poe, come quando vide arrossire una giovane sposa[19].
Mentre, per ascoltare, il rosso lampo (e persino le rapide Pleiadi, che erano sette) sostano in Cielo.
Sorpresa in un peculiare istante di transizione, mentre stava passando il meridiano sulla mezzanotte[20], la luna si è abbandonata vacillante al canto di Israfel, ed essa ha dato a colui, che col canto l’ha resa madre (la Luna!), un figlio di luce, il rosso bagliore che pur esso sosta, e ascolta. Inaudito! La seduzione astrofisica si estende anche alle Pleiadi, rappresentanti delle Stelle Fisse. E si noti: mentre per solito le intelligenze angeliche si dedicano a muovere i cieli, Israfel li seduce e arresta tutti, superiore a Giosué che aveva fermato soltanto il Sole[21].
Ognuno fra noi, e quanti fra le piú diverse genti in ogni tempo abbiano alzato gli occhi notturni con un poco di attenzione, ha notato e ammirato questo inconfondibile racemo, le Pleiadi, o Colombe, o Gallinelle che siano dette, scortato dalla luccicante Aldebaran nel Toro, segno, questo, equinoziale quando erano antichissimi i tempi. Nominarle evoca Esiodo e Omero[22]. Elargiscono un supplemento d’estate, come sa la Scrittura[23].
“Rapide… erano sette”, con precisione inietta nell’orientalismo una tenera fiaba ellenizzante: Da fanciulle le Pleiadi corsero, corsero, intatte, per lunghi anni davanti a Orione furioso innamorato di loro. Infine il Signore degli Dei le collocò salve e fisse in cielo come stelle, ed erano e sono propriamente sette, sennonché una non si riesce a osservarla a occhio nudo se non si ha ottima la vista. C’è il fatto che Merope si nasconde, vergognosa di avere sposato un mortale, oppure Elettra si copre il volto, per non vedere Troia rovinata. Ovidio le canta in un rosaceo mattutino, che forse Poe ha trasferito al suo “rosso lampo” [24].
Immagino che, ora, la Pleiade mancante a far numero ascolti anch’essa Israfel; ma di nascosto.
Non orficamente pensando, non si ammetterebbe che un canto, per quanto angelico, possa avere di questi effetti. Ma anche per una mente positiva, i fatti astronomici non sono di per sé inverisimili. La luna rossa si nota di frequente. I pianeti realmente passano per punti di sosta. Ogni tanto la Luna e le Pleiadi si ravvicinano molto, data la loro posizione prossima rispetto all’eclittica. Saffo (forse Poe la ricorda, certamente ce la fa ricordare) le vide insieme[25].
Nella notte israfelica confluiscono dunque verisimile e inverisimile, Oriente e Occidente, astronomia evoluta e popolare, regolarità e infrazione.
Le sette (sei) vedono l’angelo dove lo fa vedere la loro mentalità classicistica: accomodato presso una lira, con postura di arpista[26], è vero. Del resto Poe stesso in altro luogo, e sempre con citazione «coranica», qualifica Israfel “seraph harper”[27]. Sono pur sempre cordofoni pizzicati. Ma non leggiamo che l’angelo tocchi le corde. Appunto, ad avviso delle Pleiadi, le quali, avendo riordinato il loro assembramento, stanno disposte in cerchio[28] presso di lui, le corde del suo cuore (siano di lira o arpa o liuto) suonano da sole:
Ed essi dicono (il coro di stelle e le altre cose in ascolto) che il fuoco di Israfel è dovuto a quella lira, presso la quale egli siede e canta, al tremulo e vivente filo di quelle corde inusitate.
O altrimenti: meramente emotiva, a loro sentenza, è l’origine del canto di Israfel, sicché gli mancherebbero i meriti di un’artista responsabilmente cosciente.
Si è associato chiunque altri fosse in ascolto, tranne Poe. Egli sa quale percorso di ricerca e di educazione intellettuale, estetica, e sentimentale abbia formato Israfel:
Ma l’angelo ha camminato su quei cieli[29] dove profondi pensieri sono d’obbligo — dove Amore è un dio adulto —
Perciò, tu non erri, o Israfel, disprezzando i canti che non siano appassionati. A te appartiene l’alloro, o tu che sei fra i poeti il migliore[30], perché sei il piú saggio.
Israfel, data la sua formazione, può dunque permettersi di scegliere soltanto canti appassionati, senza correre alcun pericolo di essere sconvolto dai bruciori affettivi, che egli piuttosto maneggia e domina maestrevolmente. Altissimo poeta egli è, ma perché innanzitutto è saggio.
A questa sua educazione in saggezza estetica, decisivamente favorevole è stato il mondo ambiente:
Là dove le occhiate delle Urí sono imbevute di tutta la bellezza che noi veneriamo in una stella[31].
Poe dice “noi” per coloro, ai quali egli appartiene, cui non è dato sperimentare la bellezza negli occhi delle Elette; e argomenta: La bellezza ci appare pallidamente, come una remotissima stella[32], eppure la riconosciamo — e veneriamo — abbastanza per figurarci quanto possa essere intensa l’esperienza che ne ha Israfel, e quindi per comprendere quanto ne tragga valore il suo canto: esperienza diretta, quando la bellezza, oggettiva, tremenda[33] lo ha chiamato a sé, e certamente lo chiama ancora dagli occhi delle Urí, e da quelli si impone, si fa contemplare, e assorbire. E quanto a rapporti con le Urí, abbiamo sentito che Israfel apprese a pensare profondamente, e quindi ad amare con serietà. Ma amare chi? Forse una (o piú?) di quelle coabitatrici celesti? Se corrisposto, e credo sia stato corrisposto, si comprende bene che gli occhi saturi di bellezza lo guardassero con speciale studio. Sarebbe un’occorrenza della garantita, perfetta armonizzazione fra la vita estetica ed emotiva di Israfel sia interiormente, che rispetto all’andamento del mondo:
I rapimenti di lassú si accordano con le tue musiche ardenti, la tua pena, la tua gioia, il tuo odio, il tuo amore, si accordano col fervore del tuo liuto —
Nel testo del 1831 Poe non assegna odio all’angelo, e ammette soltanto per ipotesi che possa soffrire (Thy grief — if any — thy love). Qui invece egli, completando il proprio pensiero, ci informa che la privilegiata creatura sperimenta tanto dolore quanto gioia, tanto odio quanto amore. Ma il tumulto sobillato da queste contrarietà, tutt’altro che implicare disordine, si accorda benissimo sia con le infocate ed elaborate composizioni musicali, sia con le estasi che Israfel vive nel suo superiore ambiente paradisiaco.
Sí, il Cielo è tuo. Ma questo è un mondo di dolcezze e di amarezze. I nostri fiori sono soltanto — fiori, e l’ombra della tua perfetta beatitudine equivale alla piena luce della nostra. Le stelle possono davvero starsene mute!
La beatitudine dell’angelo appare assicurata, comunque vadano i suoi sentimenti. Di contro, i nostri fiori, se cosí nominiamo le nostre gioie, sono sempre fiori caduchi, rispetto a quelli che mai appassiscono intorno ai felici spiriti di cui fa parte l’angelo[34]. Dati tutti questi vantaggi, si comprende che Israfel riesca a conseguire prestazioni, cui di fatto non stanno arrivando un Poe né qualsiasi altro autore umano, tali da fare ammutolire, avvinti e vinti, i corpi celesti.
Se io potessi dimorare dove Israfel ha dimorato, ed egli dove io sono, egli potrebbe non cantare cosí stranamente bene una mortale melodia; mentre una nota piú forte della sua diffondersi potrebbe dalla mia lira nei cieli.
Ipotesi attraente per Poe: se egli potesse scambiarsi di posto con l’angelo, aggiungerebbe alla sua competenza professionale lo straordinario profitto elargito da una posizione tanto piú favorevole di quella in cui (ma la tempra resterebbe) si è temprato. Da vedere sotto quali condizioni lo scambio sia possibile.
Escludiamo che Poe tenda semplicemente a scacciare e sostituire il suo collega, colpo di mano che sarebbe, oltre che arrogante e disonorevole, di esito incerto; possiamo invece ammettere che Israfel consenta allo scambio, sia pure perdendo poeticamente e musicalmente molto piú di quanto acquisterebbe il suo collega, ma con la prospettiva di andare ad assaggiare qualche interessante esperienza umana. Simili discese sono già avvenute[35]. Anzi Israfel si è già tanto abbassato da portarsi in vista di Poe, pare, sotto il cielo della Luna. Potrebbe anche darsi che ad Israfel tocchi una penitenza in terra, a sconto dei turbamenti che ha apportato nel sistema astrofisico.
Piú difficile da soddisfare è la condizione posta dallo stesso Poe, il quale, assai piú che mirando a trasmutarsi in angelo[36], vuole perseverare in ciò che egli stesso è, continuando a cantare le sue melodie mortali, assunto dunque per cosí dire (non tanto per cosí dire) in cielo anima e corpo, e corpo non certamente glorioso e sottile come quello israfelico. Questo sconvolgimento nei posti assegnati sulla scala delle perfezioni, questo inquinamento dolceamaro della perfetta beatitudine, non sono eccessivi? Sembra che si debba invocare un atto superiore a ogni volontà e potenza finite, umane o angeliche o congiunte. Cosí ritiene Mallarmé, ad esempio, quando ci presenta Poe il quale, trasmutato in sé stesso dall’eternità, finalmente (enfin), nulla ha piú a che fare col tempo della sua miseria mortale e neppure col tempo:
Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change,
Consideriamo ora che Israfel non è sempre stato il grande Israfel. Sappiamo che si è formato. E ciò concorda con l’altra verità, che gli angeli rientrano fra le “creature di Dio”, enti pertanto, sebbene sommamente elevati, finiti e instabili. Possono decadere: alcuni sono decaduti. Israfel potrebbe non cantare piú tanto bene, o anche niente affatto. Egli attualmente vale piú di Poe non unicamente per sua — comunque ammirevole — natura, ma pure, e molto, grazie alle straordinarie facilitazioni di cui gode, assolutamente sovrabbondanti rispetto al decorso sofferente, e in penombra, del’esistenza umana. Anzi, vale di meno, perché gli manca ogni seria esperienza di avversità, né ostacoli veri e proprio ha mai appreso a superarne, Poe enuncia finemente queste limitazioni dell’angelo emettendo l’augurio:
Gioiosamente vivi, e a lungo!
Lo scambio di posti, avvenga per comune accordo o per intervento superiore, non appare dunque assurdo; né che nell’auditorium cosmico, tacendo il liuto orientale, Poe impieghi la sua personale lira americana, non immemore di lezioni classiche, per cantare al meglio certe sue visioni, molto piú vaste e strane, persino piú divine di quanto le israfeliche siano mai state[37], mentre colui, del quale le corde del cuore sono cosí bene intonate, si aggira in questo mondo, angelo spedito in utile esilio alla scuola dei mortali.
Testi
Edgar Allan Poe
Cito «Israfel» nella mia versione, a volte alterando l’ordine dei versi. I testi di Poe sono disponibili in molte e meritevoli edizioni italiane e inglesi, senza dire di Baudelaire e Mallarmé, tutto superfluo da elencare. Qui mi sono riferito a:
Poe Mabbott) Collected works of Edgar Allan Poe. Edited by Thomas Ollive Mabbott with the assistance of Eleanor D. Kewer and Maureen C. Mabbott. Cambridge, Mass., The Belknap Press of Harvard University Press, 1978. Volumi I, II, III.
Israfel) In Poe Mabbott I p. 175.
Essays and reviews, New York, The Library of America, 1984. G. R. Thompson wrote the notes and selected the text for this volume.
Stéphane Mallarmé
Oeuvres complètes. Édition critique presentée par Carl Paul Barbier et Charles Gordon Millan. Vol. 1. Poésies. Paris, Flammarion, 1983
MOC) Oeuvres complètes. édition établie et annotée par Henri Mondor et G. Jean-Aubry. Paris, Bibliothèque de la Pléiade, NRF, 1995 (1945).
Altre opere
Bible (the Holy). Authorized King James Version.
Coeuroy, André: Weber. Paris, Alcan, 1925.
Encyclopédie de l’Islam, nouvelle édition, Brill, Leide, 1960- [1991].
Lalla Rookh) Lalla Rookh: An Oriental Romance, 1817. In The poetical works of Thomas Moore. Reprinted from the early edition, with explanatory notes. London, Warne, s. d.
Sale discourse) Sale, George: A preliminary discourse, in: The Koran, Commonly called The Alcoran of Mohammed, translated in english immediately from the Original Arabic…, 1734.
Per le altre opere citate non occorre speciale segnalazione.
[1] Sale è nominato (è il suo ambiente) in Scheherazade, Poe Mabbott III p. 1165. Scorrendo Poe Essays trovo Moore e Lalla Rookh nominati piú volte con favore. Israfel (Israfil per Sale e Moore), non si trova nel Corano né nei testi canonici. Il nome viene dall’ebraico Seraphim. Encyclopédie de l’Islam, s. v. Malaika e Israfil. Per questo meandro Israfel si apparenta ai Serafini di The Haunted Palace.
[2] Sale Discourse p. 99-101. Forse Poe si sarà ricordato delle insistenti campanelle islamiche nel suo celebre The Bells?
[3] Sale Discourse p. 83.
[4] Lalla Rookh p. 430. In nota è: “The angel Israfil, who has the most melodious voice of all God’s creatures. — Sale. ”
[5] Lalla Rookh p. 453. In nota al nome “Israfil”: “The Angel of Music”. Leggo (meandri!) che fu ultima opera (1826) di Weber — dont il n’eut pas la force de noter l’accompagnement —Le Chant de Nurmahal, da Lalla Rookh. Coeuroy p. 109.
[6] Angelo di rivelazione Gabriel, Michael angelo addetto agli Ebrei, angelo della morte Azräel separa le anime dai corpi. Sale Discourse p. 72.
[7] Phaedo 85 sgg. Poe in The Colloquy of Monos and Una accetta volentieri da Platone l’efficacia spirituale della musica.
[8] E grandi vantaggi ebbero dalla musica Bardi (Israfel è detto «bardo» piú oltre) e Minnesinger, nonché Thomas Moore, il quale usava cantare i suoi propri testi poetici. The poetic principle, Poe Essays p. 78.
[9] The spectacles, Poe Mabbott III p. 905.
[10] Vocal music… ought to imitate the natural language of the human feelings and passions. Poe Essays p. 75.
[11] Stormier note. Israfel 1831.
[12] Sale Discourse p. 96.
[13] The heavens declare the glory of God. Psalms 19:1.
[14] Silence, Poe Mabbott II p. 192.
[15] Ms. found in a bottle, Poe Mabbott II p. 137.
[16] Conversation of Eiros and Charmion, Poe Mabbott II p. 458.
[17] Shadow, Poe Mabbott II p. 189.
[18] Beneath the cold moon. Al Aaraf, Poe Mabbott I p. 111. Preferibile l’alta e remota Venere alla Luna che col suo sorriso agghiaccia. Evening Star, Poe Mabbott I p. 74. Altrove: She [Astarte] is warmer than Dian. Ulalume, Poe Mabbott I p. 416-417. Astarte può essere sia la Luna, che Venere; ma la Whitman garantiva a Mallarmé, per averlo saputo da Poe, che si tratta della seconda. Scolies Poe, MOC p. 235.
[19] Song, Poe Mabbott I p. 66. Blushing bride. Eulalie, Poe Mabbott I p. 349.
[20] “Noon” è «the place of moon at midnight». Oxford dictionary s. v. Noon. La luna dunque si trova al piú alto punto che possa raggiungere a una data mezzanotte. Da Poe: The moon ceased to totter up its pathway to heaven. Silence, Poe Mabbott II, p. 198. ‘Twas noontide of summer, And midtime of night. Evening Star, Poe Mabbott I, 74. About twelve by the moon-dial. Fairy-land, Poe Mabbott I, 140.
[21] Ios. 10:12.
[22] Efesto le intarsia sullo scudo di Achille, Odisseo con quelle si orienta, nel corso della sua trasferta su zattera. Stelle di maltempo, appaiono al cielo del tramonto. Designano la dolce stagione, invece, nel cielo del mattino.
[23] The sweet influences of Pleiades. Job 38: 31. Warm, calm and misty days which are the nurse of the beautiful Alcyon. Berenice, Poe Mabbott II p. 214.
[24] Ov. Fasti 4 165-177. Merope sarebbe stata addirittura espulsa dal gruppo. Hygini astr. lib II, Taurus.
[25] Sappho fr. 74 Diehl.
[26] A ce vitrage d’ostensoir
Que frôle une harpe par l’ange
Formée avec le vol du soir…
Mallarmé, Sainte.
[27] To — —. Poe Mabbott I, 407.
Foscolo all’amica risanata:
O quando l’arpa adorni
E co’novelli numeri
Delle forme che facile
bisso seconda, e intanto
Fra il basso sospirar vola il tuo canto.
[28] Pleiadum choro. Hor. carm. 4 14. Moore: Starry choir. Lalla Rookh p. 411.
[29] Sono dunque le sfere cristalline dell’astrofisica arabo greca.
[30] Nel testo: «best bard».
[31] Ricorda forse da Sale che gli Arabi Sabei veneravano le stelle fisse, fra le quali Sirio, come risulta anche dalla Sura intitolata “La Stella”. Sale Discourse p. 15-17.
[32] Poe si intende di lontananze stellari: The distance of 61 Cygni (the only star whose distance is ascertained) is so inconceivably great, that its rays would require more than ten years to reach the earth. Scheherazade, Poe Mabbott III, p. 1168.
[33] Houris’eyes… far from me their dangerous glow. Lalla Rookh p. 402. E cosí lo stesso Poe nella redazione di Israfel del 1831:
Where Houri glances are —
Stay! turn thine eyes afar!
… But all these glories will be eclipsed by the resplendent and ravishing girls of paradise, called, from their large black eyes, Hûr al oyûn. Sale Discourse p. 9. Negli anormalmente grandi occhi di Ligeia è la bellezza ultra o extraterrena delle “fabulous Houri”. Ligeia, Poe Mabbott II p. 313.
[34] ‘How happy!’exclaim’d this child of air,
‘Are the holy spirits who wander there,
Mid flowers that never shall fade or fall’.
È una Peri che parla. Lalla Rookh p. 392. Nelle molteplici e variopinte fioriture Ellison riscontra i piú energici conati della Natura verso la “physical loveliness”. The Domain of Arheim, Poe Mabbott III, p. 1272.
[35] And
it came to pass… that the sons of God saw the daughters of men that they were
fair; and they took them wives of all which they choose. Gen. 6: 1-2.
[36] Contrariamente a quanto per sé vorrebbe Mallarmé:
Je me mire et me vois Ange!
Les Fenêtres, v. 29.
[37] Richer, far wilder, far diviner visions
Than even the seraph harper, Israfel,
Who has “the sweetest voice of all God’s creatures”,
Could hope to utter…
To — —, Poe Mabbott I p. 407.
Avvertenza
Questo scritto compare simultaneamente in Memoria e Scrittura della Filosofia. Studi offerti a Fulvio Papi in occasione del suo settantesimo compleanno, a cura di Silvana Borutti, Milano, Mimesis, 2000. In forma diversa, è uscito in Piselli, Francesco: Interpretazioni di Mallarmé e Poe, Napoli, Tempolungo Edizioni, 2000.
