LA CASA DI ROGER
Breve excursus sul cinema fantastico di Roger Corman
di Michele Tetro
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I maggiori contributi al cinema fantastico tra gli anni ‘50 e ‘60 provennero da due singolari case produttrici, l’americana A.I.P. (American International Picture) e la britannica Hammer Film, che fecero del basso costo il loro vessillo specializzandosi nella realizzazione di pellicole principalmente horror-fantastiche, raramente fantascientifiche. Caratteristica fondamentale che accomuna queste due case è la presenza di registi carismatici quali Roger Corman in territorio statunitense e Terence Fisher in quello inglese, figure leader di due gruppi di lavoro che seppero riunirsi in affiatatissimi team produttivi. Regola deontologica di entrambi fu la realizzazione di film a costi contenuti, piuttosto brevi (quasi mai oltre gli ottanta minuti), veloci nel ritmo, coloratissimi, dai set intercambiabili e prevalentemente utilizzati in interni, genericamente interpretati dagli stessi attori. Se la Hammer in Inghilterra ereditò e dette nuovo lustro ai mitici personaggi statunitensi della Universal anni ‘30 (Frankenstein, Dracula, l’Uomo Lupo, La Mummia, senza comunque dimenticare gli originali serial SF del Dr. Quatermass) consacrando attori del calibro di Christopher Lee, Peter Cushing, Brian Donlevy, Oliver Reed, Barbara Shelley e creando atmosfere sanguigne e sensuali al tempo stesso, l’A.I.P. americana si occupò di portare sullo schermo le opere di uno dei più grandi scrittori di narrativa non mimetica, fondatore dell’horror psicologico e del genere giallo moderno, Edgar Allan Poe, in un sodalizio estremamente proficuo per la cinematografia fantastica.
Si cercherà ora di delineare un rapido quadro sul cinema di Roger Corman ispirato all'opera del grande scrittore americano Edgar Allan Poe. Già autore negli anni ‘50 di mediocri (seppur in un certo modo interessanti) filmetti western e fantascientifici, solo con l’incontro di Poe Roger Corman acquisirà quel suo stile cinematografico inconfondibile che contribuirà a solleticare addirittura il timido interesse della critica per così dire "dotta". Affiancato dai fedelissimi Floyd Crosby e Daniel Haller (rispettivamente direttore di fotografia e art director), da Les Baxter e Ronald Stein (entrambi musicisti), da Charles Beaumont e soprattutto dal grande scrittore Richard Matheson (per le sceneggiature), senza ovviamente tralasciare il vincolante e fondamentale apporto dovuto ad un attore colto e raffinato quale Vincent Price, Corman fece sue le tematiche di Poe, le reinterpretò per lo schermo, le filtrò attraverso il suo cinema offrendone delle nuove concezioni e fascinazioni.
E’ subito necessario e doveroso dire che di tutte le opere originali di Poe resta ben poco nei film di Corman, il sunto principale se non ancor meno, eppure è peraltro evidente che lo scrittore di Boston è presente nei fotogrammi in una forma stilizzata, coerente, perfettamente percepibile, differente dal testo scritto ma non priva di eguale fascino. Il cinema di Corman raffigura dei mondi chiusi, claustrofobici e tetri, in cui si aggirano presenze inquietanti, sottilmente aliene, come se il regista avesse assunto quale testo visivo programmatico La Caduta della Casa degli Usher di Poe, sottolineando in ogni pellicola la sempre presente interrelazione tra personaggio e ambiente in cui questo si muove. Cupi mondi votati all’olocausto finale e alla distruzione (più di una volta si è ricorso alla medesima sequenza catartica di incendio finale) e poco importa se il protagonista positivo della vicenda riesca a salvarsi: Valdemar, Montresor, Ligeia e Verden, il Signore degli Usher, Guy Carrell, il conte Prospero sono tutti condannati alla dissoluzione senza via di scampo, colpevoli (Prospero e la sua corte) o innocenti (Carrell vittima del terribile complotto ordito dalla moglie). Nella concezione dell’universo cormaniano sembra non esservi perdono e salvezza neanche dopo l’espiazione del peccato, tutto è stravolto dal fato incombente che annega nel suo gorgo quasi tutti i protagonisti delle storie.
Ma veniamo alle singole pellicole: il primo incontro tra Corman e Poe avviene necessariamente sul testo de La Caduta della Casa degli Usher: è forse la trasposizione più fedele operata dal regista nei confronti dello scrittore, la sceneggiatura di Matheson ripercorre diligentemente il racconto originale di Poe. Philip Winthrop (Mark Damon) raggiunge la desolata casa Usher in cerca della propria fidanzata Madeline (Myrna Fahey), sorella dello sfuggente ed ipersensibile Roderick (Vincent Price). Questi è convinto che sulla famiglia Usher gravi una maledizione che si quantifica in una sorta di deperimento fisico e mentale, una misteriosa consunzione dovuta ad un letale morbo "astratto" che grava sull’intera casa. Vorrebbe dunque scacciare il giovane e restare solo con la sorella nel suo stato di apatia, in attesa della morte che invece, apparentemente, colpisce Madeline. Philip si convince che la donna soffra di attacchi catalettici e che quindi Roderick avrebbe sepolto viva la sorella. Madeline fuoriesce dal sepolcro, impazzita e desiderosa di uccidere Roderick: a nulla valgono i tentativi di Philip di salvare la fanciulla che si scaglia contro Roderick, mentre un furioso incendio avviluppa il maniero. Solo Philip scamperà al crollo della Casa Usher. Corman fa suoi i principali temi già esplorati da Poe (il terrore di natura psicologica, ambiguo quanto basta, sfuggente, l'ossessione per l'idea della morte, la sua estetica funerea, una prematura sepoltura, il delirio, l’ambientazione in labirintici e cupi interni come specchio delle menti distorte dei personaggi), disseminandoli nella produzione successiva.
Ecco quindi Il Pozzo e il Pendolo, quasi completamente privo di riferimenti al racconto di Poe, ad eccezione del titolo: Vincent Price torna ad impersonare un personaggio prossimo a inquietanti trasformazioni psicologiche come il precedente Roderick, questa volta spinto dalla moglie infedele e dal suo amante (Luana Andrews a Anthony Carbone). Francis Barnard (John Kerr) si reca a castel Medina per indagare sulla morte della sorella Elizabeth. Qui il marito Nicholas (Price), figlio di un sadico torturatore che a suo tempo uccise la moglie e l’amante sotto terribili supplizi, è ossessionato dall’idea che Elizabeth in realtà sia stata sepolta viva. La tomba è infatti vuota e la sua voce si ode nei sotterranei... Si tratta di un complotto ordito proprio da Elizabeth per far impazzire il marito ed eliminarlo, cosa che succede per metà: Nicholas infatti collassa, subendo uno sdoppiamento di personalità che lo porta a credersi la reincarnazione del padre defunto. Si vendica così di Elizabeth torturandola a morte mentre Francis, creduto l’adultero, è salvato all’ultimo momento dal supplizio del pendolo dalla sorella di Nicholas, Christine (Barbara Steele). Il folle precipiterà invece nel pozzo, morendo. Il racconto originale di Poe, secco, tagliente, ridotto all’osso, contemplava solo la lenta agonia del protagonista condannato dall’Inquisizione ed è chiaro quindi come Corman batta altre strade risolutive, pur mantenendo vivi i temi più caratteristici dello scrittore.
Anche il seguente Sepolto Vivo (con Price momentaneamente sostituito da un altrettanto efficace Ray Milland) è una variazione piuttosto vistosa del racconto originale: Carrell (Milland) vive con l’angoscia di essere sepolto vivo a causa dei suoi improvvisi mancamenti. Si industria così ad escogitare mille sistemi per poter evadere dal sepolcro in caso di prematura sepoltura (indimenticabile la scena in cui spiega tutti gli stratagemmi e le comodità di cui è fornito il mausoleo funebre), mentre la moglie Emily (Hazel Court) ordisce la solita losca trama per far impazzire il marito, portarlo alla morte ed accaparrarsi i suoi beni. Mal gliene incoglie poiché verrà sepolta viva essa stessa da Carrell, impazzito, poco prima che la di lui sorella lo freddi con un colpo di pistola. Ottima in questo film l’interpretazione di Milland, anche se la trama tende a risentire troppo di intrecci già sviluppati in pellicole precedenti.
Tales of Terror segna il ritorno di Price e di Matheson alla sceneggiatura: si tratta della trilogia comprendente alcuni celebri racconti di Poe quali Il Gatto Nero, Mr. Valdemar e Morella, fedelmente reinterpretati e con uno straordinario cast di attori. Oltre a Price si segnalano l’indimenticabile Peter Lorre (celebre la sua interpretazione di M-Il Mostro di Dusseldorf, diretto da Fritz lang nel 1931) e Basil Rathbone (il miglior Sherlock Holmes dello schermo nella lunga serie di film prodotti negli USA durante gli anni '40), assieme a Debra Paget e Joyce Jameson. Corman fonde all’episodio del gatto nero un altro famoso pezzo di Poe, Un Barile di Amontillado, cosa che si ripeterà nel successivo connubio tra La Maschera della Morte Rossa e Hop-Frog. Per la fedeltà dell’adattamento e la resa interpretativa è forse uno dei migliori film di Corman ispirati a Poe.
Curioso è il caso de I Maghi del Terrore, ispirato al poema di Poe Il Corvo, declamato sui titoli di testa: in realtà Richard Matheson si diverte ad inventare una divertentissima storia ricca di effetti speciali notevolissimi incentrata sulla lotta accanita tra tre negromanti splendidamente interpretati da Vincent Price (Craven), Peter Lorre (Bedlo) e il grande Boris Karloff (Scarabus). Inoltre un giovanissimo Jack Nicholson alle prime armi riveste il ruolo del figlio un po' tonto di Bedlo (chissà se il protagonista di "Shining" avrà ricordato la lezione recitativa di tali maestri del cinema horror nell'interpretare il capolavoro di Kubrick?). Pur nei consueti scenari cupi ed opprimenti e nelle pesanti atmosfere che contraddistinguono il Corman fantastico-orrorifico, i dialoghi e la recitazione in questa pellicola assurgono a livelli di commedia brillante e qui ancora Corman si appropria di una delle caratteristiche tipiche di Poe, l’ironia (come scriveva il gran vate H.P. Lovecraft: "Gli orrori più oscuri di rado sono esenti da ironia"). Punto clou dell’intera pellicola è ovviamente lo scontro a suon di colpi magici e stregonerie tra i due arcimaghi, quasi un cartone animato nella sua originalità e messa in scena (una parodia dei film Hammer d'oltreoceano?).
Da notare che sui venti giorni preventivati di lavorazione Corman se la sbriga in quindici, potendo così utilizzare Jack Nicholson, Boris Karloff e i medesimi scenari per girare La Vergine di Cera, horror che assomma in sé nuovamente i temi ispiratori di tutta l’opera cormaniana, nel tempo record di soli tre giorni! Questa pellicola in particolare è stata felicemente e genialmente citata nel thiller di Peter Bogdanovich Targets, del 1967, una delle ultime, coinvolgenti interpretazioni di Boris Karloff, divo del cinema di spavento disilluso e angosciato per la natura dei veri orrori del mondo reale. Eppure proprio a lui toccherà neutralizzare un killer psicopatico al cinema in cui si proietta La vergine di cera: il falso horror del mito, incarnato da Karloff, sconfigge il vero horror della realtà. Emblematico quanto basta.
Si arriva così a La Città dei Mostri, arbitrariamente attribuito al poema poeiano Il Maniero Infestato citato alla fine del film: abbiamo invece a che fare col primo tentativo, e a ben vedere il migliore a tutt’oggi, di portare sullo schermo un racconto di H.P. Lovecraft e cioè Il Caso di Charles Dexter Ward, quasi un romanzo lungo e senz’altro una delle cose migliori uscite dalla penna del Solitario di Providence. Con grande arguzia Corman comprese quanto affini per spirito dovettero essere i due maestri del Fantastico e unico per ora tra tutti i registi seguenti che si sono cimentati con Lovecraft (prendendone solo un blando spunto e per di più da racconti brevissimi, onde potersi sbizzarrire poi per conto proprio), scelse un’opera a largo respiro e tutt’altro che semplice da adattare, ottenendo un buon risultato (nei limiti ovviamente del possibile). Vincent Price offrì un’ottima caratterizzazione nel doppio ruolo dello stregone Curwen e del suo discendente Ward in cui si reincarna e per la prima volta si odono sul grande schermo le deità del pantheon lovecraftiano, Chtulhu, Yog-Sothoth e il nefando volume Necronomicon. Alla fine del film addirittura fa capolino un Grande Antico, poco prima del rituale rogo purificatore! Sarà poi lo scenografo di Corman a continuare la serie lovecraftiana come regista con La Morte dagli Occhi di Cristallo e Le Vergini di Dunwich.
Gli ultimi due film della serie cormaniana sono La Maschera della Morte Rossa e La Tomba di Ligeia, quest’ultimo girato in Inghilterra in splendide locazioni reali. A livello stilistico e formale possono senz’altro considerarsi due capolavori: il primo rimanda certe fascinazioni addirittura a Il Settimo Sigillo di Bergman e cromaticamente è affascinante. In breve le trame: la landa medioevale governata dal dissoluto conte Prospero (Price) è devastata dalla Rossa Pestilenza che miete vittime tra i contadini. Rinchiuso nella sua rocca con pochi fedeli, il conte si abbandona ad ogni sorta di orgiastica depravazione finché la stessa Morte Rossa incarnata e con le sue stesse fattezze non penetrerà nel castello portandovi la dissoluzione. Solo una bambina ed un vecchio sopravviveranno all’olocausto. In questo film, girato in Inghilterra come il seguente, lo stesso scenario del castello, nonostante l'evidente utilizzo di tanta cartapesta, assurge al ruolo di protagonista, splendidamente fotografato da Nicholas Roeg, in seguito divenuto regista a sua volta (L'Uomo che cadde sulla Terra, solo per restare nel fantastico).
Vincent Price ne La Tomba di Ligeia (per molto il capolavoro di Corman) raggiunge l’apice recitativo nel ruolo di Verden Fell, tormentato dal fantasma della defunta moglie Ligeia (Elizabeth Shepard), in grado di trasfigurare la giovane Rowena e di trasmigrare nel corpo di un gatto. Nitidamente fotografato da Arthur Grant, quest’ultimo film ispirato a Edgar Allan Poe, o meglio, allo pseudo-Poe concretizzato da Corman nel suo cinema, segna l’abbandono dello scenario chiuso, opprimente e a volte un po' fasullo dei precedenti, raffigurazione quantificata dalle contorte psicologie dei personaggi che lo percorrono, per reali esterni solari: un'abbazia abbandonata nel Norfolk, la sua campagna, il mare. Non questo però si lascia intravedere una via di scampo al diabolico fascino della rediviva Lady Ligeia per il condannato Verden Fell. Ancora una volta la vicenda si concluderà nel fuoco, elemento naturale in grado di scacciare il soprannaturale, di esorcizzarlo coi suoi morenti personaggi (non sempre però: ne La Città dei Mostri ciò accadrà solo apparentemente).
Corman abbandona Poe (siamo ormai nel 1965) per dedicarsi al mondo dei giovani, alla società reale degli anni ‘60, agli easy riders, ai trip allucinogeni lanciando attori quali Peter Fonda, Dennis Hopper e Bruce Dern. Tornerà al Fantastico nel pieno degli anni ‘80, con una scadente rivisitazione futuribile del mito di Frankenstein, appunto Frankenstein Unbound-Oltre le Barriere del Tempo, girato in Italia e liberamente basato sul romanzo di Brian Aldiss. Ovviamente la produzione di Corman ispirata a Poe non è stata il suo unico approccio al Fantastico, ma indubbiamente ha espresso il meglio di questo prolifico regista ora interessato quasi esclusivamente alla produzione. La lezione di Roger Corman, in termini strettamente cinematografici di realizzazione di pellicole valide a basso costo, è stata ben recepita da registi come Larry Cohen, fondatore della Larco Productions, Charles Band dell’Empire, Brian Yuzna della Wild Streets, etc. Assieme al collega britannico Terence Fisher, Corman ha contribuito ad offrire il meglio della cinematografia fantastica degli anni ‘60, particolarmente per quanto riguarda il genere horror, infuso di nuova vitalità (che avrebbe perso negli anni ‘70 per poi tornare prepotentemente alla ribalta negli anni ‘80).
FILMOGRAFIA:
House of Usher (I Vivi e i Morti): Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Richard Matheson. Fotografia: Floyd Crosby. Scenografia: Dan Haller. Musica: Les Baxter. Ef. Sp: John Dinga. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, Mark Damon, Myrna Fahey. Produzione AIP. 80’.
The Pit and the Pendulum (Il Pozzo e il Pendolo), 1961: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Richard Matheson. Fotografia: Floyd Crosby. Musica: Les Baxter. Scenografia: Daniel Haller. Produzione: Sam Arkoff- James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, John Kerr, Barbara Steele, Luana Anders, Anthony Carbone. AIP (c) 80’.
Premature Burial (Sepolto Vivo), 1961: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Charles Beaumont e Ray Russell. Fotografia: Floyd Crosby. Musica: Ronald Stein. Scenografia: Daniel Haller. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Ray Milland, Hazel Court, Richard Ney, Alan Napier. AIP 80’.
Tales of Terror (I Racconti del Terrore), 1961: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Richard Matheson. Fotografia: Floyd Crosby. Musica: Les Baxter. Scenografia: Daniel Haller. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson Interpreti: Vincent Price, Peter Lorre, Basil Rathbone, Joyce Jameson, Debra Paget. AIP (c) 80’.
The Raven (I Maghi del Terrore), 1962: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Richard Matheson. Fotografia: Floyd Crosby. Scenografia: Daniel Haller. Musica: Les Baxter. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff, Jack Nicholson, Hazel Court, Olive Sturgess. AIP (c) 80’.
The Terror (La Vergine di Cera), 1963: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Leo Gordon e Jack Hill. Fotografia: John Nikolaus. Scenografia: Daniel Haller. Musica: Ronald stein. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Boris Karloff, Jack Nicholson, Sandra Knught, Dick Miller. AIP (c) 80’.
The Haunted Palace (La Città dei Mostri), 1963: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Charles Beaumont da H.P.Lovecraft. Musica: Ronald Stein. Scenografia: Dan Haller. Fotografia: Floyd Crosby. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, Debra Paget, Lon Chaney jr., Leo Gordon, Elisha Cook, Frank Maxwell. AIP (c) 80’.
The Masque of Red Death (La Maschera della Morte Rossa), 1964: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Charles Beaumont e Wright Campbell. Fotografia: Nicholas Roeg. Scenografia: Robert Jones. Musica: David Lee. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, Nigel Green, Patrick Magee, Jane Asher. AIP (c) 80’.
The Tomb of Ligeia (La Tomba di Ligeia), 1964: Regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Robert Towne. Fotografia: Arthur Grant. Scenografia: Colin Southcott. Musica: Kenneth Jones. Produzione: Sam Arkoff-James Nicholson. Interpreti: Vincent Price, Elizabeth Shepard, John Westbrook. AIP (c) 80’.
Frankenstein Unbound (F.U.-Oltre le Barriere del Tempo), 1989: regia: Roger Corman. Sceneggiatura: Roger Corman, F.X.Feeney da Brian Aldiss. Fotografia: Armando Nannuzzi. Musica: Carl Davis. Scenografia: Enrico Trovajoli. Produzione: Tom Mount. Interpreti: John Hurt, Raul Julia, Nick Brimble, Bridget Fonda. Warner (c) 87’.
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